Paralimpiadi: un po’ di storia

tokyo-2020-paralympic-games-logo_001Le Paralimpiadi sono ormai per noi appassionati di sport un elemento inseparabile dai tradizionali Giochi Olimpici (para è infatti un prefisso greco che significa parallelo e indica come le manifestazioni si tengano allo stesso tempo). Ma non è sempre stato così.
Le Paralimpiadi furono infatti ideate alcuni decenni dopo rispetto alle Olimpiadi moderne nate nel 1896 e hanno una storia molto particolare. Continua a leggere “Paralimpiadi: un po’ di storia”

Il ballo di Roberto

Balla Roberto La Barbera, sotto il cielo di Atene. Balla una danza che neppure il più geniale dei coreografi avrebbe potuto ideare.
Balla e sorride, finalmente: ha al collo un argento, che brilla nella notte greca. Dentro quello stadio imponente e agile, bianco e lanciato verso l’infinito, una invenzione di Calatrava per le Olimpiadi che tornano dove sono nate.
È il 27 settembre 2004, avesse dato ascolto alla rabbia, tre giorni prima, adesso non ballerebbe, abbracciato a Urs Kolly, lo sguardo verso la telecamera, perché Margherita, sua moglie, lo sta guardando. “Sono qui grazie a te” sussurra: anche se gridasse, in quella bolgia, non si sentirebbe, ma Marghe legge bene quelle labbra che si muovono appena. C’è lei, quel giorno di otto anni prima, davanti alla televisione: in onda la cronaca di una finale dei 100 metri con atleti amputati. “Guarda Roby: perché non provi anche tu? “. Il gesto atletico è così bello, così intenso, così spontaneo che lo sguardo neppure si posa sulla protesi.
Eppure lui, Roberto, dovrebbe essere abituato a quell’ospite fisso del suo corpo, entrato nella sua vita nel 1985, quando è già un vincente. È un danzatore, papà lo ha portato in una sala da ballo a 4 anni e, con la sorella, ha fatto collezione di trofei.
Esibizione da applausi anche il 1° giugno 1985:  sale in moto per tornare a casa a Mandrogne, la frazione di Alessandria dove vive con tutta la famiglia. Ha 18 anni, i tecnici gli hanno detto che vestirà la maglia azzurra, è orgoglioso e sogna. Improvvisamente sbanda, finisce in un fosso, la motocicletta sopra di lui. Urla: ossa e muscoli non sono più al loro posto. Da una casa esce un ragazzino: gli presta i primi soccorsi, cerca di rincuorarlo mentre arriva l’ambulanza. Si chiama Antonio De Santis, atleta promettente. Il destino gioca strani scherzi:  non può neppure immaginare, Roberto, che 19 anni dopo,  nell’estate ateniese già scivolata nell’autunno, Antonio sarà a bordo pista, a spingerlo più lontano possibile, e lo seguirà, trattenendo il fiato, fino a vederlo atterrare nella sabbia della buca da cui spunta una medaglia. Continua a leggere “Il ballo di Roberto”

La remata della vita

Nei loro ultimi momenti insieme, Deb si preoccupava più che altro dell’organizzazione: la fune che doveva tenerla ancorata alla barca era collegata bene? Si sarebbe ricordata di mangiare nel modo giusto dopo aver remato a lungo? Avevano affrontato queste cose così tante volte che s’erano quasi dimenticate di dirsi: Ti amo.
(da A Death at Sea on the ‘Row of Life’)

dalla pagina FB Rowoflife

Angela Madsen è morta nel giugno di quest’anno, annegata da qualche parte in mare tra la California e le Hawaii, mentre tentava di traversare con Row of Life, la sua barca a remi, l’Oceano Pacifico, impresa finora non riuscita a nessuna donna, tanto più come lei diversamente abile.
Madsen aveva già traversato a remi l’Atlantico, dalle Canarie ad Antigua, insieme a Franck Festor, un francese senza una gamba: si erano soprannominati The Differents. Poi aveva capitanato un otto che in circa due mesi aveva regatato dall’Australia alle Isole Mauritius nell’Oceano Indiano, altra impresa senza precedenti. E in un quattro tutto femminile, contro un equipaggio maschile, vinto una sfida che prevedeva la circumnavigazione delle Isole Britanniche. Il Pacifico in solitaria era l’ulteriore grande sfida, peraltro in un momento in cui la pandemia si stava diffondendo con forza pure nella California, e lei pensava che sola in mezzo al mare sarebbe stata più sicura.

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L’Aria sul Viso

Photo by Markus Spiske on Unsplash

“Dopo che sono tornata a correre, fin dalle prime interviste ho dichiarato che era bello sentire di nuovo l’aria sul viso, il vento in faccia. È diverso dalla brezza che avverti quando stai fermo, perché lo provochi tu.”

Martina Caironi


Come per molti altri settori, soprattutto quando si parla di grandi eventi e notizie, non c’è nulla che oggi non sia documentato. Non un singolo istante viene dimenticato da obiettivi, telecamere, frequenze radio. Tutto viene fissato, e moltiplicato, rimbalzato in tutti gli angoli del globo.
Si ferma un momento che non è più tale, o almeno non del tutto: diventa qualcosa di universale, di condiviso, che si offre agli occhi di chi lo vede e lo immobilizza per l’eternità, snaturandone l’essenza più intima di frazione di un tempo che, per definizione, immobile non è.
Come immobile non è il gesto compiuto dall’atleta, in un determinato momento e luogo, con delle determinate sensazioni che noi, che quell’attimo lo fissiamo, non possiamo esperire. Possiamo ricordarlo, certo, ma non come lo ricorda il corpo stesso dello sportivo, che fa da custode e memoria di quell’istante, superando la tecnologia in un aspetto fondamentale: la componente umana.

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“Cronaca di una guarigione impossibile”: diario fisico e spirituale di Alessio Tavecchio

Dal 16 al 25 agosto 1996 le corsie della piscina del Georgia Tech Aquatic Center furono percorse avanti e indietro, indietro e avanti, dai nuotatori paralimpici che partecipavano ai Giochi di Atlanta. A fare la voce grossa furono Germania, Gran Bretagna, Australia e Stati Uniti, con puntatine di Spagna, Olanda e Francia. L’Italia fu rappresentata sul podio soprattutto da Luca Pancalli, già plurimedagliato nelle edizioni precedenti, che in quei giorni si mise al collo due ori e tre argenti, in tre diversi stili, su tre diverse distanze. Archiviata la carriera nel nuoto, si diede poi all’avvocatura e occupò scrivanie sempre più prestigiose nello sport di casa nostra: oggi è da 15 anni a capo del Comitato paralimpico italiano e i tifosi di calcio lo ricorderanno perché nel 2006 succedette a Guido Rossi come Commissario straordinario della Figc.
Ma Pancalli non era l’unico nuotatore italiano ad Atlanta ’96. Nella delegazione azzurra c’era anche un atleta che come il più esperto campione era rimasto paraplegico in seguito a un incidente (Pancalli a cavallo, lui in moto). Si qualificò per la finale dei 100 metri rana, nella quale arrivò ultimo a mezzo minuto dal vincitore Pascal Pinard. Ma dopo una storia come la sua, e di tutti gli sportivi affetti da handicap che arrivano a competere ai massimi livelli, forse davvero il motto decoubertiano sull’importanza della partecipazione assume la sua piena valenza. Il nome di questo ragazzo lombardo è Alessio Tavecchio. E mentre nuotava, con il solo utilizzo di braccia e tronco, per completare quelle agognate vasche in 2 minuti e 11 secondi, molto probabilmente Alessio conversava con la sua Mara…

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Un coach di nome Bebe

Affrontare e raccontare di un personaggio del calibro di Bebe Vio senza cadere in una facile retorica equivale a un’impresa, non semplice, ma davvero motivante.
Proprio per questo motivo non scriverò dei suoi innumerevoli successi, tra i quali due medaglie olimpiche, ma di come Bebe Vio sia stata capace di alzare “l’asticella” della sua grandezza di personaggio pubblico.
L’idea mi è venuta quando mi è stato regalato il suo ultimo libro Se sembra impossibile allora si può fare dove Bebe si prodiga in un esercizio veramente difficile, essere d’aiuto e d’esempio per tutte quelle persone che in qualche modo hanno delle difficoltà, ovvero essere un coach.

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Le lezioni di Zátopek

È il 27 luglio del 1952 ed Emil Zatopek si appresta a correre (e vincere) la sua prima maratona. È appena passata una settimana dal successo nei 5000 metri bissato il giorno 24 con la vittoria nei 10000 metri, e Zátopek decide di competere anche nella maratona. La storia di questo grande atleta è molto nota, e la sua vicenda umana fissata tra l’altro da una splendida intervista di Candido Cannavò che lo incrociò, casualmente, durante il viaggio verso l’Olimpiade di Mexico 1968 dove Emil era invitato come ospite, pochi mesi dopo quella primavera di Praga che avrebbe sconvolto la sua Cecoslovacchia e, tra molte vite, anche quella del grande campione:

E Zatopek, rientrando a Praga, non trovò più nulla: patria, casa, lavoro, gradi. Scomparve per oltre dieci anni, seppellito vivo dalla vendetta del regime. A riabilitarlo è stata la vendetta della storia. Ogni volta che mi capita di parlare di lui, penso alla musicalità metallica di quella frase: «Non avranno il coraggio di toccarmi»

Il mio vuole essere quindi un racconto su quello che ci può aver insegnato un atleta del suo calibro.

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