Il ballo di Roberto

Balla Roberto La Barbera, sotto il cielo di Atene. Balla una danza che neppure il più geniale dei coreografi avrebbe potuto ideare.
Balla e sorride, finalmente: ha al collo un argento, che brilla nella notte greca. Dentro quello stadio imponente e agile, bianco e lanciato verso l’infinito, una invenzione di Calatrava per le Olimpiadi che tornano dove sono nate.
È il 27 settembre 2004, avesse dato ascolto alla rabbia, tre giorni prima, adesso non ballerebbe, abbracciato a Urs Kolly, lo sguardo verso la telecamera, perché Margherita, sua moglie, lo sta guardando. “Sono qui grazie a te” sussurra: anche se gridasse, in quella bolgia, non si sentirebbe, ma Marghe legge bene quelle labbra che si muovono appena. C’è lei, quel giorno di otto anni prima, davanti alla televisione: in onda la cronaca di una finale dei 100 metri con atleti amputati. “Guarda Roby: perché non provi anche tu? “. Il gesto atletico è così bello, così intenso, così spontaneo che lo sguardo neppure si posa sulla protesi.
Eppure lui, Roberto, dovrebbe essere abituato a quell’ospite fisso del suo corpo, entrato nella sua vita nel 1985, quando è già un vincente. È un danzatore, papà lo ha portato in una sala da ballo a 4 anni e, con la sorella, ha fatto collezione di trofei.
Esibizione da applausi anche il 1° giugno 1985:  sale in moto per tornare a casa a Mandrogne, la frazione di Alessandria dove vive con tutta la famiglia. Ha 18 anni, i tecnici gli hanno detto che vestirà la maglia azzurra, è orgoglioso e sogna. Improvvisamente sbanda, finisce in un fosso, la motocicletta sopra di lui. Urla: ossa e muscoli non sono più al loro posto. Da una casa esce un ragazzino: gli presta i primi soccorsi, cerca di rincuorarlo mentre arriva l’ambulanza. Si chiama Antonio De Santis, atleta promettente. Il destino gioca strani scherzi:  non può neppure immaginare, Roberto, che 19 anni dopo,  nell’estate ateniese già scivolata nell’autunno, Antonio sarà a bordo pista, a spingerlo più lontano possibile, e lo seguirà, trattenendo il fiato, fino a vederlo atterrare nella sabbia della buca da cui spunta una medaglia.

Due notti così diverse, eppure così vicine: il protagonista è un uomo, che è nato due volte, e nella nuova vita lo sport è sempre al centro. Ancora di più. Lo fa anche per i suoi genitori: quando apre gli occhi, dopo l’operazione, non li riconosce più, sono spenti, hanno perso il sorriso. Solo lui può restituirlo, mascherando dolore e fatica. Ha una grande forza, Roberto, quel soprannome, “Il Barbaro”, è la sintesi perfetta di un uomo che non pensa mai di avere qualcosa in meno, ma prova sempre a fare qualcosa in più.
Una quotidiana lotta per la parità, per dimostrare che ognuno ha una abilità speciale e deve sfruttare tutte le occasioni per rivendicare la normalità. Non si sente un disabile, “la differenza tra me e un normodotato?”, è solito dire, “Quando va a letto, lui si toglie le scarpe, io mi tolgo le scarpe e una gamba”.

Eppure, il 23 settembre 2004 anche la sua forza vacilla. Alle Paralimpiadi è il giorno del pentathlon, La Barbera è uno dei favoriti, la concorrenza è affollata da americani, australiani, tedeschi e, naturalmente, il temibile Kolly. Alle 9 lo stadio sembra avvolto nel silenzio, ma basta varcare un cancello per scoprire uno spettacolo emozionante: non c’è un solo posto libero, tutte scolaresche portate a scoprire quanto conta mettersi ogni giorno alla prova, non farsi condizionare dalle apparenze, sfidare anche l’impossibile, andare alla ricerca dei propri limiti per superarli. C’è un atleta ungherese, amputato a metà coscia, che dal seggiolino su cui è posizionato lancia il giavellotto lontanissimo, e l’attrezzo vola come se a spingerlo più forte, e più distante, sia il tifo spontaneo di bambini e ragazzi. La meraviglia è, anche, nella sincronia delle velociste non vedenti e delle loro guide: una cosa sola, corrono all’unisono, si abbracciano.

Roberto osserva, il cuore batte più forte: non è un debuttante, era già a Sidney,  ma questa volta il Team Italia punta proprio su di lui. Sugli spalti c’è una delegazione alessandrina, con la sindaca Mara Scagni: emozione da pelle d’oca, palpitazioni accelerate.
Dodici ore di gara, la luce del mattino, il sole a picco, il tramonto e poi le ombre della sera: 100 metri, salto in lungo, getto del peso, salto in alto, 400 metri. La classifica cambia di continuo, Roberto recupera, va anche al secondo posto, scivola di nuovo indietro, accarezza il bronzo. Che gli sfugge dalle mani per soli quattro punti. Quattro punti, quelle due parole gli rimbombano nella testa: un verdetto pesante, la sconfitta invade tutto il suo corpo. Un’inezia, come un battito d’ala, un millesimo, quasi niente. Ma è quarto, e piange. Raccoglie il borsone, esce da una porta secondaria: vuole vedere nessuno, “faccio la valigia, domani torno in Italia”, lo annuncia al suo allenatore con un filo di voce, ma è come un grido, una richiesta di aiuto. Come quella notte del 1° giugno 1985, Roberto ha bisogno di qualcuno che lo raccolga e gli dica che non è finita, che lo sport, come la vita, offre sempre un’altra possibilità. Dovrebbe saperlo bene, lo ha imparato sulla sua pelle, ma in quel momento anche le cicatrici sembrano mute. Antonio c’è, poche parole, le prediche non servono, poi  una lunga attesa, perché neppure lui, questa volta, può prevedere la scelta del suo atleta. Ore interminabili, insonni. Il telefono di Roby suona a vuoto. Chiama lui, la mattina di un giorno nuovo. “Antonio, andiamo ad allenarci. Da Atene non torno senza una medaglia: è il mio regalo per Marianna, mia figlia, che nascerà fra poco”.
Al centro sportivo nel cuore di Atene prova all’infinito la rincorsa e lo stacco: nel salto in lungo un gradino del podio deve essere suo, non ci sono scuse.

Il 27 settembre è il penultimo giorno dei Giochi, l’atletica assegna le ultime medaglie, poi sarà cerimonia di chiusura, le delegazioni che si mescoleranno in quella festa che parla tutte le lingue del mondo. Primi tre salti, è finale, ma la misura non è ancora quella che serve. Al quarto atterra oltre i 7 metri: è fatta, anzi no, si alza la bandierina rossa. È nullo, impercettibilmente nullo. Non molla, il ‘Barbaro’: quinto tentativo, 6 metri e 47, è il balzo sul podio. Adesso è secondo, trattiene il fiato, il sesto salto non è migliore, ma nessuno lo supera. Solo Kolly è davanti: è argento, è il regalo per Marianna, che sarà la figlia di un medagliato olimpico. Si abbracciano e ballano. Roberto e Urs, la foto diventa il simbolo di Atene 2004, è l’immagine di chi non si arrende, di chi cade, ma si rialza per andar sempre più lontano, di chi non si accontenta, di chi si sente sempre in pista. “Il giorno che smetterò sarà come se mi tagliassero anche la seconda gamba”. Non arriverà quel giorno, Roberto La Barbera lo sa: prossimo salto a Tokyo 2021, e poi Parigi e poi…

Mimma Caligaris

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