Le lezioni di Zátopek

È il 27 luglio del 1952 ed Emil Zatopek si appresta a correre (e vincere) la sua prima maratona. È appena passata una settimana dal successo nei 5000 metri bissato il giorno 24 con la vittoria nei 10000 metri, e Zátopek decide di competere anche nella maratona. La storia di questo grande atleta è molto nota, e la sua vicenda umana fissata tra l’altro da una splendida intervista di Candido Cannavò che lo incrociò, casualmente, durante il viaggio verso l’Olimpiade di Mexico 1968 dove Emil era invitato come ospite, pochi mesi dopo quella primavera di Praga che avrebbe sconvolto la sua Cecoslovacchia e, tra molte vite, anche quella del grande campione:

E Zatopek, rientrando a Praga, non trovò più nulla: patria, casa, lavoro, gradi. Scomparve per oltre dieci anni, seppellito vivo dalla vendetta del regime. A riabilitarlo è stata la vendetta della storia. Ogni volta che mi capita di parlare di lui, penso alla musicalità metallica di quella frase: «Non avranno il coraggio di toccarmi»

Il mio vuole essere quindi un racconto su quello che ci può aver insegnato un atleta del suo calibro.

Non è mai troppo tardi

Credo sia capitato a tutti noi di esserci sentiti… in ritardo: magari siamo andati fuori corso all’università oppure abbiamo perso qualche treno nella nostra vita professionale e personale. Fatto sta che questo mix di rimpianti e demotivazione si è presto dimostrato letale per i nostri obiettivi: paradossalmente infatti, più in ritardo ci sentiamo e più tendiamo a procrastinare, quasi come se preferissimo una sconfitta certa ad una vittoria impegnativa.
Emil Zatopek ci ha insegnato che non è cosi. Ha realizzato la sua più grande impresa sportiva , la tripla medaglia d’oro di Helsinki, a 30 anni, non proprio un ragazzino. Non solo, Zatopek aveva iniziato tardi anche la sua carriera agonistica: prima dei 18 anni, non aveva mai fatto un giorno di allenamento in vita sua e la prima gara che fece nel suo paesino in Cecoslovacchia gli fu imposta dal supervisore della fabbrica di scarpe in cui lavorava come operaio. Arrivò secondo, non male come esordio.

La vita non è un concorso di bellezza

Lo stile di corsa di Zatopek era orrendo. L’atleta cecoslovacco correva come se avesse un cappio al collo: con un’espressione di agonia sul volto, il collo incastonato tra le spalle e le braccia che si muovevano in modo del tutto scoordinato. Insomma, un pugno nello stomaco per qualsiasi purista della corsa. “Non avevo il talento per correre e sorridere al tempo stesso“, ha ripetuto tante volte Emil, diventato per tutti la “locomotiva umana”
Le sue smorfie e i suoi sbuffi facevano sorridere ed erano oggetto di ironie. Però vinceva.

Corri la tua gara

C’è un episodio della famosa maratona olimpica di Helsinki che rimarrà per sempre negli annali. Zatopek infatti, oltre a non aver mai corso i 42 km prima di allora, li corre contro i favoriti inglesi Jim Peters (primatista mondiale con un 2h 20′ 42” fatto segnare due mesi prima) e Stan Cox, gli argentini Delfo Cabrera (campione olimpico in carica) e Reinaldo Gorno e lo svedese Gustaf Jansson.
A metà gara, Zatopek e Peters sono appaiati. Il cecoslovacco, non avendo esperienza di gare così lunghe, chiede al collega inglese se il loro ritmo non sia forse troppo elevato. Peters sa che stanno correndo troppo velocemente, ma cerca comunque di sfiancare l’avversario e per tutta risposta afferma che in realtà stanno andando “troppo piano“ . Mai parole furono più fatali per l’atleta britannico.
La Locomotiva sbuffa e accelera, Peters tenta di tenere il passo, ma crolla dopo pochi chilometri in preda ai crampi. Senza cedere un passo, Zatopek mantiene il suo ritmo forsennato fino all’ingresso nello stadio olimpico, vincendo la terza medaglia d’oro e battendo il precedente record di 6 minuti netti. Morale non badare troppo a quello che gli altri ti dicono sia corretto per te.

Questa breve storia per ringraziare Emil Zatopek che ha dimostrato, anche fuori dal mondo dello sport, quanto fosse un fuoriclasse firmando, insieme alla moglie Dana Ingrova anche lei medaglia d’oro a Helsinki nel giavellotto, il manifesto delle duemila parole contro l’occupazione sovietica che, in pratica, portò Emil all’esilio e a lavorare in una miniera al confine con la Germania.
Mi piace ricordarlo con le sue stesse  parole espresse durante la settimana di completa immobilità dopo la maratona olimpica, quando, esclamò:

Se desideri vincere qualcosa puoi correre i cento metri. Se vuoi goderti una vera esperienza corri una maratona.

Mr. Rosso

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