Un portabandiera. Due. Col fucile?

Insomma, la proposta del Cio di doppio portabandiera al presidentissimo Malagò piace, o no?
A leggere le notizie recenti sì, anche se un’intervista del gennaio 2020 faceva pensare il contrario:

Sarebbe un’idea romantica con un uomo e una donna ma se in tutta la storia delle Olimpiadi lo ha fatto solo il Canada una volta sola allora un motivo ci sarà.

Noi siamo nel complesso abbastanza ben messi, se facciamo un’analisi storica, quanto a parità di genere. Certo nei numeri c’è uno sbilancio, uomini 19 – o 18, resta il dubbio su Londra 1908 da alcuni contato da altri no, qui si opta per il sì anche per l’autorevolezza della Treccani – donne 5, se consideriamo solo le edizioni “estive”.
Con la recente “doppietta rosa” Vezzali (Londra 2012) e Pellegrini (Rio 2016) e soprattutto con un precedente lontano nel tempo quando a Helsinki 1952 toccò alla ginnasta Miranda Cicognani, non ancora sedicenne: “Ero al settimo cielo, rappresentavo la mia Nazione e poi avevo dietro di me tutti gli azzurri! Credetemi la cerimonia di apertura dell’Olimpiade è una cosa strabiliante, un’esperienza irripetibile”.
Di poco seconda, Miranda (e qui le edizioni invernali tocca citarle), alla Fides Romanin, la fondista friulana che aveva portato la bandiera a Oslo solo cinque mesi prima.
E una delle due sole donne tra i 69 portabandiera di Helsinki, l’altra la duecentista cilena Adriana Millard. Forse. Perché non esiste una sua fotografia durante la cerimonia inaugurale e quindi rimane il dubbio se fu effettivamente lei o invece un cestista.

Naturalmente anche con l’anno di rinvio si fanno molti nomi su chi sarà il 23 luglio 2021 a entrare nello stadio di Tokyo con il nostro tricolore. Per esempio quello di Greg Paltrinieri, campione a Rio. Sarebbe solo il secondo nuotatore, e il secondo consecutivo appunto dopo la diva Federica.
Ben lontano il record della scherma, con i suoi esponenti coinvolti in 7 edizioni, di cui due volte consecutive per il leggendario Edoardo Mangiarotti, dell’atletica che sta a sei (ma oggi manca di campioni papabili) o della ginnastica a 4. Non a caso sport in cui abbiamo conquistato molte medaglie.
Poi ci sono le suggestioni: la coppia di pallavolisti Paola Egonu e Ivan Zaytsev sarebbe perfetta per un’infinità di ragioni oltre a quelle (indubbie) sportive, non ultimo un forte richiamo mediatico. E sarebbe controcorrente rispetto alla storia di privilegiare atleti degli sport individuali, infatti l’unico precedente è il Carlton Myers cestista di Sydney 2000.
O le ipotesi che recuperano quelle specialità più “di nicchia” (e troppo poco raccontate) ma che da sempre sono fonte di successi, e uno dei nomi più “gettonati” è quello di Diana Bacosi.

Noi siamo la nazione più medagliata del tiro a volo, contiamo dieci ori olimpici, tutti vinti nelle due specialità classiche della fossa e dello skeet.
Mentre entrambe le discipline sono nel calendario per le donne dal 2000, gli uomini fin da Parigi 1900 tirano dalla fossa olimpica o trap, che sostanzialmente dipende dalla successione casuale di uscita del piattello dalle macchine collocate appunto in una “fossa”. Introdotto invece da Messico ‘68 lo skeet, dove si conosce la direzione dei piattelli ma la variabile è il tempo di lancio collegato allo spostamento degli atleti tra le otto pedane di sparo.
La fossa ha interpreti storici, dal mitico don Peppino Scalzone che a Monaco spaccò 199 dei 200 piattelli in un duello quasi filosofico col corso Carrega, pescatore di coralli e pianista lui, infatti all’epoca paragonato a Mayol, contro il nostro amante della bella vita, della buona tavola, fumatore e sempre sovrappeso anche se non voleva si dicesse che superava quota novanta (ma per l’Olimpiade s’era preparato andando a correre tutte le mattine sulla spiaggia di Castel Volturno).
Poi la doppia vittoria consecutiva di Mosca e Los Angeles di Luciano Giovannetti o la maledizione dell’incredibile Johnny Pellielo, ventisei titoli tra mondiali ed europei, già quattro volte sul podio olimpico mai sul gradino più alto (riproverà a Tokyo a coronare questa caccia iniziata quasi trent’anni fa a Barcellona?).
E tra le ragazze, se ci permettete di usare questa espressione visti i vent’anni che aveva a Londra, la splendida vittoria di Jessica Rossi, la tiratrice della Polizia di Stato sarà lei pure a Tokyo, arriverà il bis?

dalla pagina FB di Diana Bacosi

Come detto lo skeet ha una storia più recente e a Rio 2016 è stato tutto azzurro. Allenati da Andrea Benelli, di suo bronzo ad Atlanta quando vinse l’altro azzurro Ennio Falco e oro ad Atene, sul gradino più alto quattro anni fa siamo saliti nella gara maschile e in quella femminile.
Con il Fiamme Oro Gabriele Rossetti, ventun’anni a cavallo tra Italia e Francia e già batte papà Bruno bronzo a Barcellona che, nonostante alleni i francesi, molto si commuove per la vittoria del suo Gabriele.
E, appunto, l’atleta dell’Esercito Diana Bacosi, contesa da splendide terre tra Umbria (per i natali), Toscana (cresce a Cetona) e Lazio, dove risiede a Pomezia.
Vittoria trionfale e podio azzurrissimo perché di fianco a lei ci è salita la Forestale friulana Chiara Cainero, già oro di Pechino: entrambe mamme, amiche anche fuori dalla pedana. Impresa sportiva pure nel relegare sul gradino più basso la Kimberly Rhode, sei medaglie complessive, tre vittorie in diverse edizioni e specialità (anche il double trap, ora non più disputato, tra i suoi ori).
Diana, trentatreenne nel 2016, che avrebbe voluto imitare Benelli con la fantastica corsa folle appena vinta la gara e invece si blocca, piange. Chiara, di cinque anni più grande, col sollievo di poter finalmente tornare a dormire dopo un paio di mesi di insonnia: la vita oltre alla disciplina sportiva.
Qui, lo si dice subito, si fa un gran tifo per Diana ad aprire, tricolore in mano, la sfilata dell’Italia: per la sua carriera e per lo sport rappresentato che si merita sparisca quello zero portabandiera che stride con le tante medaglie vinte.
Il suo sarebbe oltretutto, di sicuro, il sorriso più dolce, aperto e solare di tutta la cerimonia di apertura dei Giochi.

 

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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