Saranno Olimpionici? Ecco le nazioni che vogliono entrare nel CIO

Di chi sarà questa bandiera? Scopritelo leggendo fino in fondo

Come accennammo nel numero 2 della newsletter, a volte il riconoscimento di un Paese avviene prima nello sport e poi nella geopolitica. O quantomeno le due cose vanno di pari passo. Senza scomodare i massimi sistemi del soft power, sicuramente essere riconoscibili in ambito sportivo può essere la chiave più efficace per “mettersi sulla mappa” (come gridò nel 1977 il cestista israeliano Tal Brody dopo aver condotto il Maccabi Tel Aviv a battere il Cska Mosca in Eurolega) agli occhi di tutto il pianeta.
È interessante notare come alcune federazioni sportive internazionali abbiano più membri rispetto all’ONU. Se le Nazioni Unite contano 193 Stati membri, infatti, la FIFA conta 210 nazionali di calcio. Questo perché a livello sportivo viene in genere riconosciuto lo status di Paese (o nazione) al di là della totale o meno indipendenza politica. Quindi, rimanendo nel popolare esempio calcistico, tutti quei territori in qualche modo subordinati a una madrepatria – ad esempio le già trattate Bermuda, tuttora dominio britannico, ma ci sono tantissimi altri esempi, in particolar modo se guardiamo agli arcipelaghi caraibici ed oceanici ma non solo – non esistono come Stati sovrani ma possono esistere come Paesi e nazioni nello sport.

Passando al nostro tema di interesse, il Comitato Olimpico Internazionale conta 206 comitati olimpici nazionali. In parole povere, 206 nazioni che prendono parte ai Giochi. Anche qui, sopra la soglia ONU. Ma sotto quella FIFA. Questo perché nel 1996 il CIO ha stabilito un nuovo regolamento per cui un Paese ha diritto di richiedere l’ammissione solo se soddisfa determinati criteri di riconoscimento da parte della comunità mondiale. Fortunato dunque chi chiese e ottenne l’inclusione nel CIO prima del ’96, perché dopo quell’anno è diventato molto più difficile aggiungere la propria bandiera nel consesso olimpico globale.
Le ultime nazioni ammesse sono state, nel 2014 e nel 2015, Kosovo e Sud Sudan, che hanno debuttato a Rio.
Attualmente ci sono decine di Comitati Olimpici non riconosciuti, che partecipano a Giochi continentali o regionali, ma non a quelli olimpici. Tutti sognano un giorno di poter partecipare alle Olimpiadi, ma viste le rigide regole sono in pochi a rivolgersi al CIO per chiedere esplicitamente l’adesione. Quali sono questi pochi intrepidi comitati nazionali?

Iniziamo con quattro Paesi che, tornando al discorso di prima, fanno parte della FIFA – hanno quindi una nazionale di calcio ufficiale – ma non del CIO.
Gibilterra è un avamposto britannico in terra iberica, antica “colonna d’Ercole”, un angolino di Mediterraneo dove circola la sterlina, con una popolazione che supera di poco i 30 mila abitanti (tipo San Marino, per fare un esempio prossimo a noi, che però è uno Stato indipendente e sovrano e quindi fa parte del CIO dal 1959) e in cui si mescolano cognomi come Walker e come Perez. Da quattro anni a questa parte ci sono questioni politiche più spinose da affrontare, legate a come gestire la Brexit e i rapporti con l’Unione Europea, ma fino al 2016 abbiamo notizia di botta e risposta tra Gibilterra e CIO per l’ammissione, culminati con un “il CIO si dovrebbe vergognare di non ammetterci come Stato membro” pronunciato dal Primo Ministro gibilterrino Fabian Picardo. Inoltre, pare che la Spagna sia fortemente contraria a qualsiasi forma di riconoscimento sportivo del suo piccolissimo vicino di casa. Ad oggi, gli atleti gibilterrini potrebbero partecipare alle Olimpiadi sotto la bandiera del Regno Unito.
Macao è un angolo di Cina dove la gente parla cantonese e il capo del governo si chiama Ho Iat-Seng, ma le vie si chiamano Rua e la valuta è la pataca. Una ricca, ricchissima città-Stato-non-Stato che appartenne al Portogallo fino al 1999 per poi diventare una “regione speciale” cinese. Per intenderci, oggi gode dello stesso statuto di Hong Kong. Con la differenza che HK fa parte del CIO dal 1951, mentre Macao fa parte “solo” del Comitato Paralimpico Internazionale. Ciò di cui si ha notizia, negli anni Duemila, sono diverse lettere da parte del Comitato Olimpico macaense e del Ministero degli Esteri cinese. Ciò di cui non si ha notizia, però, è un riscontro ufficiale dal parte del CIO. Gli atleti di Macao possono partecipare alle Olimpiadi per la Cina.
Ancora più esotiche sono le Isole Turks e Caicos, un insieme di isole e atolli dei Caraibi, dominio britannico d’Oltremare. Piccoli ma agguerriti: appena nato nel luglio 2001, il Comitato Olimpico delle Turks e Caicos si è attivato per chiedere in tutti i modi l’affiliazione al CIO, arrivando persino a interrogare il Parlamento di Londra nel 2007 per chiedere supporto in tal senso. Che fine abbiano fatto queste azioni e questi sforzi non lo sappiamo. Sappiamo però che a Rio 2016 il quattrocentista Delano Williams, di Grand Turk, ha corso per il Regno Unito.
Torniamo in Europa restando in ambito di arcipelaghi: le 18 Isole FarOer si trovano a metà strada tra Gran Bretagna e Islanda, ma la loro sovranità politica appartiene alla Danimarca (esattamente come per la Groenlandia). Tradizionalmente balzano agli onori delle cronache proprio in questo periodo, a causa della Grindadrap, la tradizionale caccia alle balene che suscita uno sdegno internazionale analogo a quello delle corride spagnole. Agli onori delle cronache… olimpiche ci sono invece salite a inizio 2018, quando hanno lanciato ufficialmente la campagna per il riconoscimento da parte del CIO, ricevendo ben presto l’appoggio formale del governo danese, seguito un anno più tardi da quello della Svezia. Il Comitato Olimpico faroese ha le idee molto chiare: essendo una nazione con ampia autonomia rispetto alla madrepatria (addirittura la Danimarca fa parte dell’area Schengen mentre le FarOer no) e riconosciuta da organismi internazionali come l’Unesco e l’Organizzazione Marittima Internazionale, merita l’affiliazione al CIO. Oltretutto, è uno dei Paesi fondatori del Comitato Paralimpico Internazionale. Ecco cos’ha detto il vice-presidente di suddetto Comitato Olimpico faroese, Jon Hestoy: “Thomas Bach ama affermare che lo spirito olimpico appartiene a tutti quanti. Ma perché tra i tutti quanti non ci siamo noi? Il regolamento del 1996 era figlio di un momento geopolitico in cui alcuni blocchi come la Jugoslavia si erano appena sfaldati e c’era la paura che il mondo si frammentasse troppo, ma oggi va rivisto”. La questione alle FarOer è particolarmente sentita anche perché ci sono due atleti faroesi di rilievo, il nuotatore Pal Joensen e la canoista Katrin Olsen, che in anni recenti hanno partecipato alle Olimpiadi sotto la bandiera della Danimarca. Dei Paesi presi in esame, le FarOer sembrano quello con le maggiori probabilità di futura ammissione nel CIO.

C’è invece uno Stato indipendente a tutti gli effetti, che per ovvie ragioni di dimensioni non ha mai pensato seriamente di poter costituire un proprio Comitato Olimpico. Almeno fino all’anno scorso. È Città del Vaticano. Al momento la Santa Sede, che conta circa 800 abitanti, ha una sola società sportiva ufficiale, l’Athletica Vaticana (affiliata alla Federazione Italiana Atletica Leggera, ma non ancora a quella internazionale). Per il resto, si praticano a livello puramente amatoriale calcio, taekwondo e cricket. Troppo poco per poter costituire un Comitato Olimpico nazionale: servono almeno cinque affiliazioni internazionali di sport olimpici, e per il momento non ce ne sono. Ma c’è qualcuno che crede fortemente nel sogno a cinque cerchi: Monsignor Melchor Sanchez de Toca, sottosegretario del Consiglio Pontificio per la Cultura e presidente dell’Athletica Vaticana. Nel periodo di Natale del 2019 Sanchez de Toca ha scoperto le carte e dichiarato il suo sogno: raggiungere l’idoneità per fondare un Comitato Olimpico e richiedere l’affiliazione al CIO.
Chissà, magari un domani assisteremo a un prelato o a una guardia svizzera gareggiare alle Olimpiadi sotto il vessillo pontificio…

Sogno condiviso da un’altra “nazione” che, contrariamente alla Santa Sede, ha le dimensioni e il bacino per mandare avanti un Comitato Olimpico (e l’ha creato nel 1989) ma non ha alcuno status di indipendenza, se non quella autoproclamata. Parliamo della Catalogna, la ricca regione iberica che nell’autunno 2017 ha provato a staccarsi dalla Spagna con un referendum non riconosciuto dal governo spagnolo. Nei giorni precedenti al referendum e alla proclamazione, il Comitato Olimpico catalano aveva chiesto preventivamente l’affiliazione al CIO nel caso in cui il processo di indipendenza fosse andato a buon fine. Così non è stato, e finché non avverrà (e finché il regolamento del CIO rimarrà lo stesso) sarà impossibile veder sventolare alle Olimpiadi la bandiera a strisce giallorosse.
Certo è che, se mai dovesse avvenire, la Catalogna avrebbe qualche buon atleta da schierare, soprattutto in sport di squadra di gran tradizione come calcio e basket.

C’è poi una “nazione non Stato” che non è stata approvata dal CIO come membro, bensì come… luogo di gara: la splendida Polinesia Francese, paradiso d’oltremare francese. A Tahiti, infatti, si svolgeranno le gare di surf di Parigi 2024. Tahiti è l’isola principale della Polinesia Francese, e vi sorge la capitale Papeete. Location ideale per uno sport come il surf, che tra l’altro farà il suo esordio olimpico a Tokyo 2020.
Curiosità: la gara di surf polinesiana fra quattro anni segnerà il record come competizione olimpica svolta più lontano dalla città ospitante.

Chiudiamo questa “rassegna dei non eletti” con un caso molto curioso: quello dei nativi americani. Per noti e tragici motivi, non dispongono di un loro Stato, ma fanno parte degli Stati Uniti d’America. E sotto la bandiera a stelle e strisce hanno portato a casa diverse medaglie, a partire dal versatile (per usare un eufemismo) Jim Thorpe, che vinse l’oro sia nel pentathlon che nel decathlon a Stoccolma 1912 e di mestiere faceva il giocatore di football e di baseball! Fino a Billy Mills che a Tokyo 1964 trionfò nei 10.000 metri.
Negli USA esiste dagli anni Novanta il Native American Sport Council, che promuove la conoscenza e la diffusione della pratica sportiva dei nativi all’interno del tessuto americano, ma a Los Angeles 2028 potremmo assistere a qualcosa di incredibile: la partecipazione di una formazione nazionale di nativi americani. Com’è possibile? Nello sport del lacrosse esiste una squadra molto particolare, quella Irochese, formata rigorosamente da nativi americani, che partecipa ai tornei internazionali – caso unico al mondo – come una nazionale a sé stante, al pari dei vari Stati Uniti, Canada, Australia, Inghilterra, Israele, Italia, etc etc… Ebbene, il lacrosse non è più disciplina olimpica da 112 anni, ma è possibile che lo ridiventi fra 8 in California.
E se accadrà, state certi che la nazionale Irochese chiederà di partecipare sotto la propria bandiera.

Mister Giallo

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