La Nigeria si tinge d’Oro

Sono le 17:43 (orario statunitense) quando il nostro Pierluigi Collina fischia per tre volte e consegna alla storia un evento incredibile: la prima medaglia d’oro di una squadra di calcio africana a una Olimpiade. Un’impresa, ma questo lo approfondiremo in seguito, prima non possiamo non ricordare il percorso del Calcio attraverso l’Olimpiade moderna.

Le storie del calcio e delle Olimpiadi moderne viaggiano quasi in parallelo infatti questo sport è sempre stato presente tranne in due edizioni ovvero quelle del 1896 (Atene) e del 1932 (Los Angeles). I motivi di queste due esclusioni sono differenti, se nel primo caso siamo di fronte a uno sport agli albori dei suoi futuri fasti, l’esclusione del 1932 è dovuta, a parte il motivo “ufficiale” della scarsa popolarità del calcio negli Stati Uniti, al rifiuto da parte del CIO alla richiesta della FIFA (federazione internazionale Calcio) di poter schierare calciatori professionisti che in quel momento storico iniziavano ad essere numerosi. Le prime medaglie furono vinte dal Regno Unito (1900-1904-1908-1912) ma è ad Anversa 1920, dopo lo stop forzato per la Grande guerra del 1914-1918, che il torneo Olimpico inizia ad essere più organizzato con la presenza anche di una nazione extra europea: l’Egitto.

Le edizioni del 1924 (Parigi) e del 1928 (Amsterdam) portarono il numero dei partecipanti rispettivamente a 22 e 17 con l’ingresso di ulteriori nazioni extra europee come Uruguay, Stati Uniti, Messico, Cile, Turchia, Argentina. Dopo il salto dell’edizione del 1932 il torneo tornò nel 1936 dove si presentarono le prime due nazioni orientali (Cina e Giappone) e dove vinse l’Italia sconfiggendo la favorita dal regime tedesco, l’Austria.

Iniziò nel secondo dopo guerra a farsi sempre più marcata la differenza con la coppa del mondo organizzata dalla FIFA che, nel frattempo, aveva inaugurato il proprio torneo nel 1930. La causa, come scritto sopra, fu la chiusura al professionismo e questo permise alle nazioni del blocco sovietico nascoste dietro un finto dilettantismo, in quanto i calciatori erano dei dipendenti statali, a fare incetta di medaglie d’oro dal 1952 al 1980 e più precisamente con le vittorie di Ungheria, Unione Sovietica, Jugoslavia, Ungheria, Polonia, Germania Est, Cecoslovacchia.Fu a seguito dell’accordo tra FIFA e CIO del 1984, dove venne permesso la convocazione di giovani che non avessero disputato delle partite internazionali, che i vincitori iniziarono a cambiare e soprattutto a non essere parte del blocco sovietico come la Francia del 1984 e la Spagna del 1992.

L’idea di schierare formazioni di giovani piacque molto sia alla FIFA che al CIO, tanto che prima dei Giochi del 1992 il regolamento venne ulteriormente modificato stabilendo che le rose delle Nazionali dovevano essere composte da calciatori Under-23. Prima dei Giochi del 1996 il regolamento subì l’ultima modifica: le rose delle Nazionali devono essere composte da calciatori Under-23 ma il commissario tecnico aveva la possibilità di convocare fino a tre giocatori che superano tale età: fuori quota. In questo modo il torneo olimpico è stato di fatto trasformato in un mondiale Under-23. Ed è in questo contesto favorevole che si realizza la favola della Nigeria, poter contare su giovani giocatori che militano nei migliori campionati professionistici europei, pronti a mostrarsi al mondo intero.

Quella Nigeria (guidata dal C.T. olandese Johannes Bonfrère) era una squadra potente e completamente votata all’attacco: a difendere i pali c’era Joseph Dosu, un ragazzo che incontrò la sfortuna un anno dopo, quando in un incidente stradale rimase paralizzato a vita, a soli ventitré anni, mentre era tesserato con la Reggiana, in Serie A; la linea difensiva era formata da Celestine Babayaro, terzino sinistro all’epoca in forza all’Anderlecht, Taribo West, che si farà conoscere all’Inter un anno più tardi, Uche Okechukwu, difensore fuori quota, militante nel Fenerbahce, e Mobi Oparaku, uno dei meno noti in rosa; a centrocampo, l’unico uomo di rottura incaricato di far legna era Sunday Oliseh, un ragazzo che aveva già debuttato nel calcio italiano, avendo trascorso un anno a Reggio Emilia con la Reggiana e che tre anni più tardi avrebbe disputato una stagione anche alla Juventus. Gli altri tre centrocampisti erano Babangida, il fantasista JayJay Okocha e Victor Ikpeba, e componevano la linea della trequarti, a supporto della coppia d’attacco composta da Daniel Owefin Amokachi e Nwankwo Kanu, di gran lunga il giocatore più esperto in rosa, e quindi, il capitano, con una Champions League già presente nel suo palmares.

Il percorso della Nigeria non fu particolarmente agevole tant’è che inserita nel girone D, si trovò in compagnia dell’Ungheria, del Giappone di Hidetoshi Nakata e del Brasile di Rivaldo, Bebeto, Roberto Carlos e Ronaldo, il Fenomeno. Dopo i due successi nei primi due match contro Ungheria e Giappone, le Super Aquile crollarono contro lo strapotere e la classe sopraffina dei calciatori brasiliani, che li sconfissero per 1-0 grazie al gol di Ronaldo (che dietro la maglia aveva scritto “Ronaldinho” per non confonderlo con l’omonimo e più grande compagno di squadra, Ronaldo Guiaro). Gli uomini allenati da Bonfrère, nonostante la battuta di arresto, strapparono comunque l’accesso ai quarti, per la prima volta nella loro storia, ma solo grazie alla differenza reti, a svantaggio del Giappone che fu costretto a riprendere un aereo e ritornare in patria, nonostante avesse ottenuto gli stessi punti dei nigeriani. Ai quarti di finale, l’avversario della Nigeria fu il Messico. La nazionale centramericana fu regolata con un secco 2-0 (Okocha, Babayaro) che fece esplodere l’entusiasmo di un popolo intero, in preda all’esaltazione.

La semifinale contro il fortissimo e favoritissimo Brasile vide la Nigeria andare in svantaggio per 1-3 ma come sappiamo il Dio del calcio, in una semifinale internazionale (vedi il caso di Italia-Germania del 1970), apprezza molto il risultato di 4-3 e così fu un rocambolesco e clamoroso 4-3 deciso dal gol di Nwankwo Kanu al quarto minuto del primo tempo supplementare, dopo che i nigeriani avevano agguantato il pari a tempo scaduto, sempre con Kanu a trascinare, l’ormai nazionale simbolo di questi giochi, alla finalissima contro l’Argentina del talenti Zanetti, Cláudio Lopez, Crespo e Ortega. Sabato 3 agosto 1996. Il giorno della finale. Al Sanford Stadium di Athens (Georgia) sono presenti più di 86.000 persone quando le due squadre scendono in campo per affrontarsi. I primi 45 minuti si concludono sul 1-1 dopo l’iniziale vantaggio argentino.

Il secondo tempo iniziò con l’Argentina in grande spolvero che concretizzò la sua supremazia con il vantaggio grazie ad un rigore trasformato da Herman Crespo. Fu in quel momento che l’Argentina, forse troppo sicura della sua tecnica e superiorità, smise di essere concentrata e subì anch’essa la rimonta degli africani e proprio allo scadere dei tempi regolamentari sul risultato di 2-2, Javier Zanetti fermò in modo irregolare l’avanzata sulla fascia di Amunike: venne, quindi, fischiato un calcio di punizione nei pressi dell’angolo dell’area di rigore dei sudamericani. Wilson Oruma calciò la punizione, la confusionaria difesa argentina tentò di alzare la propria linea per mandare in fuorigioco i nigeriani, ma lo fece in modo disordinato, fallendo clamorosamente (fu Nestor Sensini a tenere in gioco tutti). La palla finì tra i piedi del neoentrato Amunike, che dopo aver causato il fallo decisivo, si trovò completamente solo davanti a Cavallero. Si trattò di un calcio di rigore in movimento, e il numero sei non sbagliò: 3-2. La gioia dei nigeriani esplose e fu incontenibile. Era medaglia d’Oro!!! Si trattò di un’impresa che diede nuova linfa ad un calcio africano pronto, definitivamente, a competere con i piani alti del calcio mondiale. Purtroppo per loro, sarà solo un’illusione, viste le mancate conferme negli anni successivi. Quella sera, però, le aquile presero il volo, e si godettero il panorama mozzafiato dal tetto del mondo vicino al nostro caro Zeus.

Mr. Rosso

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