Emanuela, tridimensionale

Era affascinata dalle Olimpiadi ben prima di farle, la bambina che al Parco dei Cedri tra Bologna e San Lazzaro di Savena, “uno dei quartieri più verdi, potevi stare tanto all’aria aperta”, lottava con maschi e femmine e intanto oltre a salire sugli alberi scalava le sculture, quasi un segno del destino per una futura campionessa e artista.
Emanuela Pierantozzi è la sorella di mezzo tra due maschi, cresce in una “Bologna molto emancipata, dove non c’era differenza di genere” già in quegli anni settanta in cui “c’era il mito di Bruce Lee” e lei ammirava l’abilità dei bambini che facevano la lotta, e in particolare le piaceva il judo, che al combattimento – “ero soprattutto una combattente, d’altronde avevo una palestra a casa a tempo pieno, femmina in mezzo a due fratelli maschi” – unisce la disciplina: “sono sempre stata molto corretta, lottavo per vincere, e vincevo, ma nei miei combattimenti non avevano posto le scorrettezze, anche da bambini non ci si sputava né ci si tirava per i capelli” mi racconta con quell’accento bolognese che ancora conserva, nonostante sia da molti anni a Genova (ed è divertente leggere i resoconti dopo l’Olimpiade di Sydney, con le due città che si attribuiscono la sua medaglia: “Il bronzo a Sydney di Emanuela Pierantozzi è un piccolo miracolo genovese” per le pagine liguri, “Finalmente sono arrivate delle lacrime olimpiche alla bolognese” per le emiliane).
Il judo, “anche perché mi sarebbe piaciuto fare tennis, scherma, ma eravamo in tre, i corsi e le attrezzature erano costose”, in una famiglia giovane, papà e mamma si sposano che hanno 23 e 20 anni rispettivamente, “in quattro anni arriviamo noi tre fratelli”. Si cresce con lo sport, “facevo anche nuoto che odiavo, ci fosse già stata la pallanuoto femminile mi sarebbe invece piaciuta” e si cresce con l’arte, papà pittore, artisti per casa, “quando andavamo in vacanza prima del campeggio libero c’erano sempre alcuni giorni per visitare musei e mostre, e anche quando i miei mi accompagnavano alle prime gare, a vedere un museo abbiamo sempre trovato modo di andare.”

Fredda. È bella l’Olimpiade ma è una guerra, una guerra fredda, ci sono tanti interessi, c’è il medagliere, l’atleta per una medaglia è anche strumentalizzato.

No, ho vinto l’argento
A nove anni la palestra, a tredici anni cintura nera, poco più che ventenne il primo titolo mondiale, riconquistato due anni dopo in quella stessa Barcellona dove l’anno successivo ci sono i Giochi Olimpici, logico arrivarci da favorita.
Per parlare delle Olimpiadi mi viene naturale chiedere a Emanuela: “mai stata in vacanza a Cuba?” e mi racconta che non solo le piace tanto l’isola ma che “con le cubane, soprattutto le donne che erano più forti dei maschi, c’era molto feeling, ci allenavamo insieme, andavamo d’accordo, anche se poi nei combattimenti erano le rivali” (mi permetto una piccola chiosa: a guardare il filmato di Sydney 2000, a vedere come Emanuela guarda la Diadenis Luna, come va verso di lei appena l’arbitro dà il via, è molto chiaro che l’amicizia sta ben lontana dal tatami, almeno fino alla vittoria e all’abbraccio post-gara).
Barcellona è “come stare a casa, l’energia mi dava una marcia in più” però nel 1992 è anche “un incubo”. “Avevo un dito rotto dopo il mondiale del ‘91, tra l’altro andato benissimo per noi, 5 finali, 2 titoli vinti, quindi grandi aspettative, e pochi giorni prima di partire inizio a sentire questo fastidio attorno all’ascella, vado al centro medico e noto la preoccupazione, anche se giustamente minimizzano per non scoraggiarmi, preparo la gara e le cose peggiorano: Herpes zoster” (quello che chiamiamo fuoco di Sant’Antonio, dolorosissimo credetemi, figuriamoci dover gareggiare al massimo livello con un ulteriore problema fisico del genere).
Poi l’approdo in finale dopo una semifinale straordinaria, contro la tedesca Schreiber, battuta in nove secondi “con un uchi mata”. E tra i due combattimenti, l’errore terribile: “avevamo un direttore sportivo, brava persona, ma non era all’altezza, per dirti lui saliva sul tatami io scendevo, non c’era feeling. Appena scesa dal tappeto dopo la semifinale, lui tra il pubblico mi chiama e mi abbraccia, sono lì anche tutti i giornalisti e mi intervistano; io che sono sempre stata molto professionista mi sono così commossa prima della finale”, e la cubana Odalis Reve battuta un anno prima al mondiale, stavolta si mette al collo l’oro.
Comunque, visto il contesto: “ho perso la finale? No, ho vinto l’argento”.

Stress. Io ho sempre ammirato quegli atleti che quindici giorni dopo i Giochi sono in grado di andare a gareggiare nei meeting. Per me ogni Olimpiade è stata uno stress terribile, ci mettevo un anno per riprendermi, era soprattutto una questione di testa, non di fisico.

Il rinascimento di Sydney
Anche Sydney “mi dava la stessa energia di Barcellona”, “due città che con l’Olimpiade vivono un rinascimento” e “io ho sempre sentito moltissimo il luogo in cui gareggiavo”, mentre Atlanta (i Giochi del 1996) “non mi è mai piaciuta. Siamo partiti solo una settimana prima perché l’anno precedente non ci eravamo trovati bene quando abbiamo provato l’ambientamento di un mese nel Nord Carolina. Il villaggio olimpico era brutto, loro fanatici, privi di cultura sportiva, la logica dell’o sei primo o se sei secondo sei primo dei perdenti, in una edizione del centenario portata lì per motivi di sponsor”.
Va male anche sul tatami, e cambiano i progetti di Emanuela, “avrei voluto finire con Atlanta” ma si può smettere dopo una sconfitta al primo turno?
Nel frattempo la federazione internazionale cambia le categorie di peso e da quella dei 66 chilogrammi Pierantozzi sceglie di approdare in quella nuova dei 78 kg. pur essendo ben sotto il limite. “Ma con il passare degli anni se perdi velocità acquisti forza, tattica e resistenza” così in un torneo in cui comunque un po’ la vita se la complica, perdendo un secondo turno sulla carta abbordabile (“così è lo sport, no? è il suo bello”) dopo aver battuto la campionessa del mondo in carica, la Noriko Anno che salirà sul gradino olimpico più alto nel 2004 (bella forza, non c’è più l’Emanuela – NdR). E allora il girone più lungo, quello dei recuperi, per conquistare il bronzo di nuovo contro una cubana (la Diadenis Luna affrontata con una determinazione che non lascia dubbi su chi l’avrebbe spuntata) dopo aver battuto peraltro anche Edinanci Silva, brasiliana dal complicato stato genetico e dalla forza fisica devastante, che solo la tattica e la tecnica possono farti vincere (“quando me la sono vista davanti ho pensato: se prevale la sua forza mi fa proprio volare via”).
Un altro podio anche se “ero già diventata pubblico, non mi sentivo più la protagonista dei combattimenti”, “ero già interessata ad altro, la vita ristretta a una routine cominciava a pesarmi” e anche l’ambiente inizia a starle stretto “se sei una persona sensibile certi atteggiamenti ti possono fare molto male”, e qui devo aggiungere una cosa io, perché se un grande giornalista come Corrado Sannucci che ha scritto bellissime pagine su di lei diceva: “Donna complicata la bella Emanuela”, io che con grande piacere le ho parlato (una interessantissima conversazione più che un’intervista), ho trovato straordinaria la sua sensibilità unita a tanta forza (e a un’intelligenza che ti fa capire quanto era eccezionale sul tatami ma anche quanto ha continuato a esserlo nel “dopo”).

Stanze. Ho sempre usato il talento, più della tecnica, nel judo e nella scultura. Per questo a un certo punto ho deciso di fare l’Accademia. Proprio all’improvviso: ho chiesto quando posso iniziare, mi hanno detto domani. Adesso scolpisco quando mi sento di farlo, non è un lavoro, devo avere l’ispirazione e non sempre c’è. Io nel cervello ho una stanza piccola, i grandi artisti ne hanno mille e di tante dimensioni.

Tridimensionale
Essere atleta ad altissimi livelli non è certo facile per molte ragazze e ragazzi (“che strumenti hai per difenderti da quello che ti viene addosso?”), ti auguri di trovare qualcuno al tuo fianco che sia un educatore non solo un allenatore, e adesso questo lei fa nel suo ruolo di docente universitaria (a Genova), insegnando ai giovani dei corsi di “Scienze motorie, sport e salute” e di “Scienze e tecniche dello sport” a essere prima di tutto donne e uomini maturi, e a capire bene cosa può farti male, anche grazie a una frustrante esperienza da membro della “commissione atleti” del Coni e della commissione ministeriale anti-doping dove ha lottato, opponendosi a un approccio più destinato alla ricerca del colpevole che allo sforzo per educare gli atleti (“e mi han silurata”).
Emanuela però non è solo un’educatrice, è anche un’artista, dicevamo dell’ambiente familiare, e dicevamo della scalata alle sculture, la raccontano due fotografie: “ne ho trovata una che avevo dieci anni, ero al mare e scolpivo un masso” mentre quando si iscrive all’Accademia un docente le mostra una fotografia di una propria opera, nel Parco della Resistenza vicino a quel Parco dei Cedri dove sono iniziati i combattimenti, e “sul monumento ci sono tre bambini arrampicati, una sono io a tre anni, gli altri sono mio fratello e il suo amico Nicola”. Pensa te, quando si dice il destino!
“Io sono sempre stata un’amante della tridimensionalità, prima di lavorare coi materiali piuttosto facevo sculture con la neve, con la sabbia. Anche il judo è tridimensionale, io poi ho sempre avuto un talento legato a questa capacità di sentire lo spazio, sentivo più l’avversaria attraverso le mani che vederla. Una dimensione molto fisica in cui ho avuto talento, più della tecnica che è venuta col tempo, e lo stesso vale per la mia scultura”.
Adesso lavora soprattutto il legno e la creta, “materiali tradizionali, anche per una questione di odore”, sempre per quella fisicità che per lei è così importante, e per la famosa “tridimensionalità”: “mi piace girare intorno alle sculture, solo così le apprezzi davvero, solo così capisci davvero il talento dell’artista”.
Ecco, a girare metaforicamente intorno a Emanuela Pierantozzi si apprezza proprio la sua tridimensionalità, e il suo grandissimo valore: sportivo, artistico ma soprattutto umano.

Olimpionici per l’arte

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

1 commento su “Emanuela, tridimensionale”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...