Parfois, la vie ne est pas juste

Foto dal profilo Instagram di Camille Muffat

E se Laure fosse solo una Federica senza freni inibitori?
E Federica una Laure con la costanza dell’oggetto?
Ovviamente, “io di risposte non ne ho”: si tratterebbe di ‘Essere Federica Pellegrini’ e di ‘Essere Laure Manaudou’ proprio come quell’attore poteva ‘Essere John Malkovich’.
(A dire il vero il nostro Mister Rosso c’ha anche provato a entrare nel cervello della Federica di Pechino 2008, ma ne è stato rapidamente buttato fuori).
Posso solo attenermi ai fatti.
Fatto: le due grandi rivali e (si direbbe) ben poco amiche, alle Olimpiadi rivali non lo sono state mai. Troppo giovane Pellegrini nel 2004, già stufa dei sacrifici e troppo affamata d’altro Manaudou nel 2008.
Fatto: la veronese continua a nuotare, ad allenarsi, a pensare alla prossima Olimpiade, pur vivendo contemporaneamente da vera star del ventunesimo secolo (l’unico paragone adeguato che mi viene in mente è col pilota Hamilton), la ragazzaccia di Villeurbanne nel frattempo ha fatto due figli con uomini diversi, ha scritto non ancora trentenne un’autobiografia che lascia poco niente all’immaginazione, cerca la prossima sfida dove di acqua non ce n’è proprio e corre infatti le ultra-trail nei deserti.
Fatto (per quanto da noi tabù): il medagliere olimpico di Federica è più spoglio di quello di Laure.

Nizza è una città del cuore per me.
Il ritrovarci “congiunti” (per usare un termine che in questo periodo si è portata molto), eredità preziosa delle vecchie storie di quando dal Piemonte contadino le ragazze valicavano le Alpi Marittime per andare a star meglio di là, nelle fabbriche dei profumi di Grasse o a servizio sulla Costa Azzurra.
Le mattine insonni di capodanno degli anni ottanta, finite a guardare i messieurs comprare i fiori nella piazza del mercato, proprio quella resa celebre dall’Hitchcock di ‘Caccia al ladro’. A sbirciare se ci fosse per caso ancora il ‘Gatto’ Cary Grant a seminare gli inseguitori tra i banchi coloratissimi. Ad ammirare quei signori coi baffi e il cappello bonnet che portavano a casa mazzi di fiori appena recisi alle loro madames: Bonne année!
Le camminate mano nella mano per la vieille ville quando ancora non l’avevano sterilizzata, turistizzata, e ci viveva solo chi non poteva permettersi domicili più cari, e mangiare la socca da ‘Lou Pilha Leva’ (se siete attenti all’igiene: cercate un altro posto) e poi dentro alla Cattedrale di Sainte-Réparate, come a dire grazie.
Impensabile che quella cattedrale, in pochi mesi, dovesse ospitare l’addio di due giovani sportivi. A luglio del 2015 Jules Bianchi, il prossimo campione dell’automobilismo, il ragazzo gentile ucciso da un incidente davvero stupido, quando ormai pensavamo che non si morisse più in Formula 1. E pochi mesi prima la timida Camille Muffat, accidenti.

Londra 2012: Pellegrini deve vincere ori a valanga, è già deciso, è già scritto. La grancassa suona di continuo, le televisioni traboccano di una pubblicità per cui un creativo particolarmente cretino (e sessista) s’è inventato di chiederci “Cosa fa Federica Pellegrini quando non nuota?” Lei è la portabandiera, la nostra stella, la nostra certezza.
Federica è una ragazza che compirà 24 anni il giorno dopo la cerimonia di chiusura di Londra 2012. Non regge la pressione e in piscina, scusate il gioco di parole, va a fondo.
Le “sue” medaglie le vince dunque la Camille Muffat, la ragazza di Nizza che non fa pubblicità: oro nei 400 stile libero, argento nei 200, per completare il medagliere il bronzo della staffetta.
Anche Camille, come Laure, lascia presto la piscina, va a fare un programma televisivo da vecchie glorie, lei che ha 25 anni figuriamoci. Si scontrano i due elicotteri che trasportano il cast a girare ‘Dropped’, un reality di sopravvivenza: merde!
Se ne va così Camille, la campionessa che quando non nuota è la ragazza tenera che riempie l’Instagram di foto con il bulldog Brioche e il persiano Dodo, e proprio sul social Federica la saluta con quella frase: Parfois, la vie ne est pas juste.
Già, tante volte la vita non è giusta.

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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