Nick Skelton, the Big(gest) Star

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Nick Skelton e Big Star a La Baule, 2013 Foto di OndRond

Se potessi, rifarei tutto.
Le parole riecheggiano dagli altoparlanti dell’arena del Royal Windsor Horse Show, il 14 Maggio 2017.
Tra i molti appuntamenti importanti della manifestazione, quello che si sta svolgendo è uno dei più significativi.
A bordo pista molti rappresentanti del mondo equestre britannico, circondati dalla folla che partecipa all’evento. Gli occhi di tutti sono puntati sul binomio fermo al centro che, in questa stranamente assolata giornata, si sta rendendo partecipe di una cerimonia d’addio.
Ci sono molta calma e lucidità nelle parole del cavaliere. Sotto la sua sella, da dietro il suo ciuffo tagliato con precisione, Big Star aspetta la fine delle cerimoniale distratto da un paio di zuccherini che gli vengono offerti dal suo groom.
È vestito di tutto punto, con la sella lucida e il tappetino con i 5 cerchi ricamati sopra. D’altronde, è un atleta olimpionico.
Nick Skelton, suo compagno d’avventure, indossa anche lui la divisa di rappresentanza della squadra di salto ostacoli del Regno Unito, con al collo le medaglie d’oro di Londra 2012 (a squadre), e soprattutto l’individuale di Rio 2016. A lui il compito di sbrigare le formalità e di percorrere le fasi che il rito d’addio prevede.
Alla fine del discorso, Skelton smonta. Si toglie la giacca della Nazionale indossandone una beige, più anonima. Come previsto dall’occasione sfila la sella a Big Star, segnandone la transizione da competitore di alto livello a stallone in pensione destinato alla monta.
Salutati dai compagni di squadra a cavallo (John e Michael Whitaker, Ben Maher), con un ultimo giro di pista omaggiato da una standing ovation, cavallo e cavaliere si congedano dal loro pubblico per uscire di scena e proseguire con le loro vite lontano dalle competizioni.
È un giorno triste per lo sport equestre britannico, e allo stesso tempo significativo se si pensa che avrebbe potuto verificarsi molti anni prima per Skelton, impedendo l’incontro di questi due atleti e privando il Regno Unito di importanti medaglie e il mondo dello sport di una storia eccezionale.

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Photo by Markus Spiske on Unsplash

Sono più di 40 gli anni in cui Skelton ha militato nell’equitazione ad alto livello: l’esordio fu agli Europei Juniores nel 1975, dove vinse l’oro con Everest OK; gli fece seguire il record (per il periodo) di elevazione, saltando con Lastic due metri e trentadue nella prova indoor di Olympia; per poi, con St. James, uno dei suoi cavalli di punta, arrivare nella Nazionale Maggiore  nel 1979. Da lì non l’ha praticamente quasi mai lasciata.
Sono sette le Olimpiadi del suo curriculum: Seul 1988, Barcellona 1992, Atlanta 1996, Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012 e Rio 2016 – ma si potrebbe dire anche 8: nel 1980 infatti, in pieno clima di boicottaggi, prese parte ai Giochi Alternativi con la squadra equestre britannica, e vinse l’argento a squadre in sella a Maybe.
Significativo quell’intervallo tra Atlanta e Atene, e non casuale. Questi quattro anni furono, infatti, quelli della “morte” e della rinascita di Skelton, costretto a ritirarsi nel 2001 per un brutto infortunio avvenuto l’anno prima a Park Gate in sella a Lalique. In seguito ad un rifiuto del cavallo, e ad una caduta all’apparenza banale, si fratturò il collo (vertebra C-1, alla base del cranio) in due punti. All’epoca già deteneva il record mondiale di presenze in prima squadra (137) e oltre alle partecipazioni olimpiche anche cinque Campionati del Mondo, otto Campionati d’Europa e sedici finali di Coppa del Mondo per un totale di dodici medaglie.
Una chicca: al Campionato di Aquisgrana 1986, in finale, i quattro cavalieri rimasti (Nick Skelton con Apollo, Pierre Durand con Jappeloup, Gail Greenough con Mr. T e Conrad Homfeld con Abdullah) gareggiarono scambiandosi a turno i cavalli, in modo che ognuno di loro effettuasse per ben 4 volte il percorso, ma con un “compagno” diverso. Un espediente interessante per vedere la difficoltà del dover gestire una variabile non indifferente come quella dell’animale sotto alla sella. E che animale, se consideriamo i nomi in gara.
Come quelli che hanno accompagnato Nick Skelton fino a quel brutto giorno a Park Gate: i suoi ottimi risultati sono stati ottenuti, manco a dirlo, in sella a vari campioni tra cui spiccano il sopracitato Apollo (grande compagno nelle vittorie degli anni ’80) e Dollar Girl, ma anche If Ever, Major Wager, Top Gun, Grand Slam, Phoenix Park, Limited Edition, Showtime, Tinka’s Boy, Hopes are High.
Quella caduta, e soprattutto la brutta natura dell’infortunio, furono un fulmine a ciel sereno: i cavalieri infatti, salvo problemi di salute specifici, hanno una possibilità di carriera piuttosto lunga rispetto alla media degli sportivi.
Da un lato fu un miracolo poiché Skelton sopravvisse e ne uscì tutto sommato illeso, dall’altra una condanna: una sola altra caduta avrebbe potuto significare un terribile esito. Il ritiro risultò essere l’opzione più sensata.
Ma stare lontano dallo sport a cui hai dedicato la vita come sappiamo non è semplice. Soprattutto quando provi a dedicarti a ciò che vi è più vicino, ovvero l’organizzazione, gli incarichi di rappresentanza, l’aspetto tecnico e manageriale che però proprio non fanno per te.
Il destino però decise che il giorno del ritiro vero e proprio non poteva essere quello scelto nel 2001. Le carte in tavola cambiarono: dopo ulteriori accertamenti (dettati da una comprensibile mancata rassegnazione), a Skelton venne detto che forse una speranza c’era: si scoprì che la frattura si era sistemata da sola e non era più a rischio come prima. Poteva tornare in sella.
Come possiamo immaginare, da appassionati di sport, era il semaforo verde per tornare a fare ciò che voleva – anche se con le dovute precauzioni. Nel 2002 Nick ricominciò a gareggiare, partendo da livelli più modesti rispetto a quelli che aveva lasciato, ma risalendo pian piano per tornare a quelli precedenti.

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Photo by Mackenzie Taylor on Unsplash

Cominciò quindi la vita che ne arricchì ulteriormente il profilo di campione e il gruppo dei grandi cavalli con cui ha avuto il piacere e il privilegio di gareggiare, anche a livello olimpico. Dopo Apollo (Seoul 1988), Dollar Girl (Barcellona 1992) e Showtime (Atlanta 1996), fu la volta di Arko III (Atene 2004) e Russel (Pechino 2008).
Al ritiro di Arko III e dopo le esperienze con Russel, Skelton si rivolse all’allevamento di Gary e Beverly Widdowson… da cui ottenne altri tre grandi nomi: Carlo 273, Unique e Big Star. Se con Carlo fu bronzo agli Europei sia nell’individuale che in squadra, è con il terzo di questo gruppo che Nick avrà la sensazione di aver trovato il cavallo della vita, come lo era stato anni prima Apollo.
Big Star.
Nomen omen.
Fu questo incontro a suggellare l’unione definitiva, non priva di difficoltà, che ha portato a Skelton il diritto ultimo di sedersi nell’Olimpo dello sport, ben sostenuto dalle ottime precedenti partecipazioni.
A Londra 2012 la coppia era nella squadra che si aggiudica l’oro nel salto a ostacoli, una vittoria particolare riportata in casa assieme ai fratelli del dressage, e a cui associò un quinto posto nell’individuale.
Competitore ad alti livelli dal 2010, Big Star era il più giovane cavallo in gara. Non è da tutti mettersi in mostra in modo così deciso in una kermesse olimpica, e le prospettive dopo Londra sembravano essere delle migliori, anche grazie ai risultati ottenuti nelle gare che seguirono.
Tuttavia, quasi a voler ripercorrere il percorso del suo cavaliere, nel 2013 il cavallo si infortunò in occasione del Dublin Nations Cup. Per sicurezza Skelton e il suo staff lo ritirarono dalle restanti gare della stagione per favorirne il recupero, che venne dichiarato raggiunto nel Maggio 2014, ma un altro stop arrivò a Luglio dello stesso anno.
Poteva essere un momento di sconforto – l’obiettivo olimpico era comunque dietro l’angolo, ma Skelton e i suoi non persero la speranza. Si occuparono della ripresa del cavallo nei minimi dettagli, facendolo competere con raziocinio – in competizioni minori nel 2015, o a La Baule nel 2016 dove, tornato in forma, venne ritirato prima delle finali per preservarlo per Rio.
E a Rio 2016 i due compagni ci sono arrivati con storie simili e un legame saldo. Se gli infortuni di Big Star ne hanno segnato i precedenti tre anni di competizione, a 58 anni Skelton convive con un dolore perenne, a cui si accompagna una placca all’anca e la necessità di usare spesso la scaletta per salire in sella.

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Photo by Bryan Turner on Unsplash

In campo, nel barrage finale, ci sono scesi per primi. Uno svantaggio, perché non possono sapere in anticipo i tempi degli altri. Un vantaggio, perché possono impostare il ritmo della gara e la pressione sugli altri concorrenti. E così hanno fatto.
Sul gradino più alto del podio ci sono saliti loro due e Skelton è diventato il più anziano atleta britannico medagliato ad un’Olimpiade dal 1908.
Ci si potrebbe soffermare sul suo viso che durante la cerimonia di premiazione stenta a trattenere le lacrime – keep cool, we are British. Ma la verità è che l’immagine più bella è quella di Skelton che, di fronte al suo cavallo, lo accarezza sul muso come a ringraziarlo.
Per lui è il migliore che abbia mai avuto, come afferma in un video realizzato in occasione della cerimonia per il ritiro dalle competizioni:

Big Star mi ha dato tutto negli scorsi anni, è stato uno dei miei cavalli di maggior successo, probabilmente il migliore.
Ho pensato a ciò che ha fatto per me e per lo sport e credo si meriti una pensione anticipata, per essere un cavallo felice. Ha una personalità fantastica, è tranquillo, non come capita con molti stalloni, è molto intelligente e tutte le volte che entra in campo deve “farsi sentire”, nitrisce sempre. Non so, forse è come per dire “state attenti, sto arrivando”… ma lo fa sempre e l’ha sempre fatto quando è sceso in arena. Sarà interessante vedere se lo farà domenica durante la cerimonia.”

Big Star, ancora una volta, non ha deluso il suo compagno di viaggio: sceso in arena ha salutato la folla, strappando un sorriso alla Regina, per poi intrattenere tutti con una serie di movimenti nervosi e una sgroppata d’addio.
Non accade spesso che un cavallo e un cavaliere si ritirino assieme, ma non è difficile comprendere questa scelta di fronte al percorso del binomio e alle parole di Skelton sul suo “collega”.
Se volessimo riassumerla, si potrebbe farlo sfruttando la tagline che si usa oggi nel mondo della comunicazione equestre: #TwoHearts.

p.s. Da qualche parte, in questi giorni, ho intravisto un titolo che suggeriva che forse Nick Skelton sta pensando a Tokyo 2020, anche alla luce del rinvio.
Non ho più ritrovato il titolo, e non saprei dove cercarlo – forse è solo una speranza? Certo sarebbe bello ma se la sentirebbe senza Big Star? In fondo è stato lui stesso a commentare “Ho sempre detto che mi sarei ritirato insieme a lui, e così farò. Questo sport mi ha dato più di quanto potessi mai sperare nel corso degli ultimi 43 anni e questa non è stata una decisione facile da prendere, ma il tempo passa, non sono più giovane, ed è bello terminare la carriera quando si è ancora ai vertici” (a quasi 60 anni)

Miss Verde

Autore: Micky

"A Most Peculiar Mademoiselle" TV Programming Assistant Hufflepuff Travelling Bookworm Musical Theatre Geek Vintage Football Nerd Occasional Writer on Goldmund Unbound and §Tristan

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