Jennifer, come un cocktail sbagliato

Jennifer è come uno di quei cocktail che i baristi milanesi sbagliavano, prima ancora che la loro città diventasse da “bere”.
La maggior parte degli ingredienti sono i canonici:
– una ragazzina, anzi una bambina di straordinario talento con la racchetta;
– il padre che è il primo sostenitore, stavolta non abusante o quasi, anzi amatissimo il signor Stefano di origini brindisine;
– la academy del tennis in Florida, non il solito Bollettieri ma il fratello della Evert;
– il successo istantaneo e la certificazione della “bibbia” ‘Sports Illustrated’, la foto di copertina porta la scritta: And she’s only 13!

Quando arriva all’Olimpiade di Barcellona ne ha 16, Jennifer Capriati: dopo aver dominato il circuito juniores, è stata in semifinale di due slam, ha esordito in Fed Cup con un doppio 6-0, a Roma ha vinto il doppio insieme all’altra prodigiosa ragazzina Seles.
Il tennis dopo un’assenza di sessant’anni è tornato come dimostrativo a Los Angeles e nel programma a Seul, due vittorie di Steffi.
Jennifer ha 16 anni e si sente già in crisi. Al Foro Italico dopo la sconfitta le chiedono se ha perso perché grassa. Scoppia a piangere. Cambia coach, lo spagnolo Manolo Santana, che tra l’altro un’Olimpiade l’ha giocata – quando a Messico c’era stato un altro torneo dimostrativo – e vinta, finale derby contro l’altro Manolo, Orantes.
Jennifer arriva a Barcellona e finalmente non ha tutti gli occhi addosso. Lì c’è Magic che pochi mesi prima ha tenuto una delle conferenze stampa sportive più choccanti di sempre: son positivo all’Hiv aveva annunciato, dando un contributo fondamentale alla consapevolezza e alla lotta contro “la peste dei gay”, come ancora si diceva. E con lui il primo “dream team” del basket, MJ, il suo storico rivale Larry Bird, eccetera eccetera.
C’è il vecchio Carl Lewis. Ha mancato la qualificazione nelle corse veloci, si gioca l’ultimo oro con un salto in lungo da brividi.
Jennifer passa il tempo libero alla caffetteria: “Cercavi solo un posto libero e ti sedevi, era magnifico – dirà. Iniziavi una conversazione: Da che paese vieni? Che sport?” Insomma, scopre di poter essere una ragazzina. Si sente per una volta normale, lei che costringerà la Federtennis a una norma specifica per tutelare quelle che esordiscono troppo giovani.
Il torneo delle donne è molto più competitivo di quello maschile, che vive la più scialba delle finali (se non scrivo il nome dei finalisti nessuno dei lettori lo ricorda, scommetto) e un vincitore del livello del Massù raccontato da Mister Giallo.
La prima avversaria niente male la trova al secondo turno, la Patricia Tarabini che da junior sembrava pure più forte della divina Gabriela (ma che di certo è molto più “loca”). Jennifer ha voglia di giocare a tennis, fino alla semifinale contro la padrona di casa “Arancia Sanchez” non perde un set, e il decisivo con la catalana è un secco 6-1 per la delusione di Juan Carlos e Sofia, tanto l’americana non riconosce i reali di Spagna che vanno a sedersi in tribuna durante uno scambio, “non sapevo proprio chi fossero” dirà.
La finale è contro Steffi, la tedesca favorita e vince il primo 6-3. Anche Graf non ha perso un solo set ma inizia dal secondo, 6-3 per Jennifer che va avanti 5-4 nel terzo decisivo. E chiude con un ace, per non farsi mancare niente. Lei, che ha un bellissimo sorriso, sul podio è proprio raggiante.

Jennifer Capriati è come uno di quei cocktail che i baristi milanesi sbagliavano: nel suo ci finiscono gli arresti per furto e per stalking, la tossicodipendenza, il ritorno alla grande (nel 2001 rispunta e va in testa al ranking mondiale), la bulimia e la depressione. Papà Stefano muore nel 2015, lei vive in un resort esclusivo della Florida, si fa vedere poco nel circuito, non parla coi giornalisti, ha quasi smesso di twittare (tornerà a farsi sentire pro-Trump per le elezioni, come fece insistentemente nel 2016?). Papà le manca terribilmente.
Ha solo 44 anni e la sua storia sportiva sembra lontana.
Jennifer è come uno di quei cocktail che i baristi milanesi sbagliavano, eppure venivan buonissimi.

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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