La migliore gioventù

Se ognuno dei 9 milioni di soldati morti nella prima guerra mondiale avesse una pagina tutta per  sé, che ne narrasse le vicende e il calvario – le speranze in tempo di guerra e la vita e gli amori negli anni precedenti -, si comporrebbero 20.000 volumi grossi come questo.
(Martin Gilbert in ‘La grande storia della prima guerra mondiale’ che ha circa 700 pagine)

Gli sportivi accorrono in massa a combattere la Grande Guerra. ‘La Gazzetta dello Sport’ è militarista, nazionalista, i futuristi (“la sola igiene del mondo”) esultano quando finalmente l’Italia interviene. La rosea il 24 maggio del 1915 titola: Per l’Italia contro l’Austria, hip, hip, hurrà.
La realtà si rivela ben presto del tutto diversa: l’arma-uomo non può niente di fronte alla mitragliatrice che falcidia i soldati fuori dalle trincee. E segna la vita e il destino anche di molti sportivi, che avrebbero potuto (o in qualche caso meno triste che potranno essere) azzurri alle Olimpiadi.
Li racconta un libro molto bello: La migliore gioventù. Vita, trincee e morte degli sportivi italiani nella Grande Guerra (Infinito Edizioni).
L’hanno scritto Dario Ricci e Daniele Nardi. Dario Ricci è una delle voci dello sport di ‘Radio24-IlSole24Ore’. Ha tra l’altro scritto quattro libri insieme a Daniele Nardi, alpinista che è rimasto là, verso la cima del Nanga Parbat che continuava a sfidare, nel febbraio del 2019.

Il libro racconta come detto le vicende di molti atleti.
“Datemi un po’ d’acqua del mio lago!”. Moriva così, col pensiero rivolto alla fresca acqua del suo lago di Como, Giuseppe Sinigaglia, sottotenente del II reggimento granatieri di Sardegna, ferito a morte sulla cresta del Monte San Michele e spirato, tra le braccia del tenente Verdelli, nell’ospedaletto allestito dall’esercito italiano a Villa Steffaneo-Roncato, a Craglio, in Friuli. Erano le 15,15 del 10 agosto 1916.”
C’è chi a gareggiare all’Olimpiade non arriva mai, come Giuseppe Sinigaglia. Cento chili e oltre un metro e novanta, era un gigante (anche nel canottaggio) e probabilmente allora il nostro atleta in assoluto più forte. Rimane ancora oggi l’unico italiano ad avere vinto la Diamond Sculls, regata per barca singola che fa parte dell’Henley Royal Regatta che si disputa sul Tamigi dal 1839, su una distanza di un miglio e 550 yarde (sono poco più di due chilometri e 100 metri) ed è una specie di Wimbledon di quello sport anche per la particolarità che i qualificati si sfidano in testa-a-testa, in un torneo che prevede in giorni consecutivi gli ottavi, i quarti, le semifinali e le finali. Il vogatore del Lario vince all’inizio di luglio del 1914. Gavrilo Princip aveva assassinato pochi giorni prima a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, e soli due giorni dopo la regata finale l’Austria-Ungheria otteneva dalla Germania il cosiddetto “assegno in bianco”, cioè il via libera ad attaccare la Serbia.

C’è il “alle prossime Olimpiadi spero di fare qualcosa di più e di meglio” di Fernando Altimani, il primo medagliato della marcia italiana (a Stoccolma 1912). Ferito a una gamba nel 1916 in cui non si poterono disputare i Giochi, diventerà tipografo proprio alla ‘Gazzetta dello Sport’ che ne cantava le gesta.
E c’è, tra tante storie molto belle, la vicenda cavalleresca di Nedo Nadi, il nostro schermidore che sembrava un semidio, decorato sottotenente che riconosce nel nemico appena catturato un avversario di pedana: “fu chiamato al comando per spiegazioni sul suo comportamento verso un prigioniero fino a un giorno prima nemico dell’Italia, e con la fermezza di parola che lo distingueva, al superiore citò un passo del Vangelo. Arresti o non arresti, lui era cristiano e così aveva agito. Come nelle storie che finiscono bene, il Colonnello gli strinse la mano e pure lo abbracciò”.

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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