La Maratona infinita

La Maratona è un viaggio e questo è il racconto del mio, iniziato sin dall’adolescenza.
Mi chiamo Shizo Kanakuri, sono nato a Tamana nel sud del Giappone a fine ‘800 da un padre sacerdote e funzionario imperiale e da una madre commerciante all’ingrosso.
Il ruolo e il carattere di mio padre hanno inciso profondamente nella mia vita sin dall’adolescenza:  è stato un educatore alquanto severo e avaro di affetti, tanto da considerare me e mia madre persone di secondo piano.
È questo uno dei motivi per cui, sin dall’adolescenza, la cosa che mi rendeva più felice era correre tra i boschi e le montagne e inoltre ricercare un contatto diretto con le divinità protettrici delle foreste.
La solitudine era una felice compagna e il silenzio una ricarica per la mente.

L’unica persona che avevo il piacere di di frequentare era Azumi, il cui nome significa “meravigliosa Albicocca”, figlia di uno dei tanti lavoranti di cui mia madre si serviva per le sue attività all’ingrosso.
Avrei voluto studiare Botanica ma, per mio padre, era un qualcosa da lasciare ai contadini e così mi ritrovai iscritto al corso di economia all’università imperiale di Tokyo e per questo fui costretto a separarmi da Azumi.
Era il 1910 e iniziava la mia avventura universitaria. Legai molto presto con il signor Jigoro Kano, un educatore sportivo che, oltre allo studio delle antiche arti marziali (sarà l’inventore del Judo, ndr) praticava molti sport occidentali, fatto molto apprezzato anche dall’Imperatore che vedeva nello sport un modo per avvicinare il Giappone al mondo occidentale.
Fu lui ad avviarmi alla corsa sportiva ma l’inizio fu per me molto noioso: gli esercizi, ripetitivi e monotoni, andavano contro il mio istinto di libertà.
Tuttavia, con mio stupore, tutto questo allenamento fece sì che i miei tempi iniziassero a migliorare decisamente e ciò rese felice anche il signor Kano, anche se non dava molto per dimostrarlo.
Gli allenamenti si fecero più intensi ma questo, grazie all’educazione al sacrificio ricevuta da mio padre, non mi spaventava, mentre lo studio proseguiva senza particolari scosse e anzi mi appassionai, quasi casualmente, a Lewis Carroll.
Fu alla fine del primo anno accademico che a sorpresa ricevetti la visita dei miei genitori, durante la quale mio padre dichiarò di essere “soddisfatto” sia per i miei studi che per i progressi nell’attività sportiva.
Provai un certo imbarazzo ad ascoltare le parole dette da mio padre, pensando che la parola “soddisfazione” gli fosse sconosciuta, e fu proprio in quel momento che mi preannunciò che il 1912 sarebbe stato per me intenso e carico di responsabilità.
Se quell’incontro fu una sorpresa potete immaginare il mio stato d’animo quando, all’inizio del secondo anno accademico, fui convocato assieme al signor Kano da un rappresentante dell’Imperatore Mutsuhito.
Ecco cosa intendeva mio padre per responsabilità: in quel momento iniziarono le mie responsabilità verso il Giappone in quanto Mutsuhito aveva deciso d’inviare la prima delegazione giapponese ai Giochi Olimpici per proseguire il suo avvicinamento al mondo occidentale e io, insieme a Yahico Mishima per le gare veloci, ero l’ambasciatore del nostro popolo.
La mia vita cambiò in quel momento e inconsciamente iniziai ad avvertire il peso di tale responsabilità.
Il viaggio verso Stoccolma lo feci da solo, in quanto Mishima si trovava già in Europa, e fu quasi infinito. Passai da Vladivostok, Mosca, San Pietroburgo, Helsinki ed infine Stoccolma dove dovevo arrivare per il 6 luglio, giorno dell’inaugurazione, mentre la maratona era fissata per il 14 pomeriggio e questo suscitò in me una certa apprensione perché, anche se arrivavo a quell’appuntamento con la miglior prestazione mondiale sulla distanza, ero abituato a correre all’alba e quindi il caldo rappresentava una potenziale difficoltà.
Alla partenza eravamo 68 e non ho mai compreso perché mi diedero il pettorale 344, comunque poco importa: ormai eravamo pronti sulla linea di partenza ed era chiaro che il caldo avrebbe fatto selezione durante la gara.
All’inizio in testa al gruppo si trovavano gli statunitensi e gli svedesi, ma a mio modesto parere stavano tenendo un ritmo troppo forte, infatti già intorno al decimo chilometro, più per demeriti altrui che per meriti miei, riuscii a superare diversi corridori. Cercavo di correre come sapevo fare senza stravolgere il mio ritmo, sapendo che 40 chilometri e 200 metri (la distanza dell’epoca della maratona, ndr) erano lunghi da correre, inoltre cercavo di non curarmi troppo degli avversari e di pensare solamente alla mia corsa e ai ricordi delle corse tra i miei boschi.
I mantra che mi ripetevo nella mente erano principalmente due, ovvero “Comincia dall’inizio e vai fino alla fine”, appreso dalle letture di Carroll, e “nessuno, su questa distanza, ha mai corso più veloce di te” frase che il signor Kano mi aveva detto nei giorni precedenti la gara.
Mi sentivo bene ed intorno al chilometro 20 aumentai la falcata e il ritmo. D’altronde avevo seguito una preparazione accurata, mi ero alimentato bene, non avevo da temere nulla, volevo essere padrone della mia corsa.
Davanti al cartello del chilometro 29 un giudice con un gesto delle sue mani mi indicò 3 e 1, dove con tre s’intendevano i corridori davanti a me mentre uno indicava il minuto che mi separava dall’ultimo dei tre.
Decisi di aumentare ancora l’andatura e sbucando su un rettilineo riuscii a vederli davanti a me: due riuscivo pure a riconoscerli dai colori della divisa, erano i sudafricani, mentre non riconoscevo il terzo. Erano insieme ma la loro corsa era abbastanza scomposta… sembravano vicini e io avanzavo leggero: li avrei raggiunti in pochi minuti, e poi avanti fino alla fine.
Forse avrei dovuto fermarmi a quella fontanella vista in precedenza dove si erano accalcati molti atleti, dato che all’improvviso venni colto da un attacco di arsura incredibile.
In quel momento, in una via con un po’ più di ombra, passai davanti a una villetta con giardino dove la mia attenzione venne richiamata da un uomo. Mi girai e vidi che nelle sue mani aveva da una parte un bicchiere con un liquido scuro e dall’altra una bandierina per richiamare l’attenzione.
In quel momento pensai che se non avessi accettato la sua bevanda sarei stato costretto al ritiro e che quindi, anche perdendo un minuto per dissetarmi, poi avrei potuto tranquillamente recuperare la distanza che mi separava dai tre in testa alla gara. Fu quindi l’istinto di sopravvivenza a farmi accettare la sua offerta.
Aprii il cancello, bevvi il primo sorso ed immediatamente mi porse il secondo bicchiere, prendendo il succo da una caraffa sul tavolo. Mi fece segno di accomodarmi su una sedia e pensai “che male c’è a recuperare un po’ le energie?”. Fu l’inizio della fine.
La schiena iniziò a decontrarsi e io iniziai ad avvertire una sensazione di benessere. Ricordo benissimo il suo ultimo sorriso prima di chiudere gli occhi, pensando “male non mi fa”.
Forse avrei dovuto fermarmi prima… riaprii gli occhi scosso da un rumore… li richiusi e aprii di nuovo, forse per convincermi che non fosse vero… era buio, dove mi trovavo? Chi era quell’uomo? Dov’erano tutti i miei avversari?
In quel momento realizzai che tutto era finito e cominciai a essere preso da un senso d’angoscia. Mi sarei voluto uccidere.
Il grande maratoneta del Giappone che abbandona. Se avessi immaginato una tale vergogna non avrei neanche accettato. Sono distrutto, non farò ritorno in Giappone, non potrei reggere un disonore cosi grande, pensai.
Sono passati molti anni da quella tragedia sportiva e solo gli dei, che mi avevano voltato le spalle in quella gara, sanno quello che feci per tornare in Giappone da clandestino.
Ma alla vista della fotografia raffigurante un atleta con il pettorale 344, ho avvertito di nuovo quella sensazione di panico.

 Come mi abbia realmente trovato il giornalista che mi sta mostrando la foto è alquanto singolare e fortunoso, ma fatto sta che è amico di un tale signor Lennart Balck, presidente di una piccola associazione svedese di atletica, ma soprattutto nipote di Viktor Gustaf Balck ovvero la persona che più di tutti aveva voluto le Olimpiadi a Stoccolma.
Venuto a conoscenza della storia, il signor Lennart, a seguito di alcuni incontri con il comitato olimpico svedese (nato un anno dopo quell’Olimpiade) si è adoperato per invitarmi a concludere la Maratona in occasione del 55° anniversario, in via ufficiale ma senza dare risonanza pubblica per permettermi così di concludere la mia storia sportiva iniziata in quel lontano 1912.
Ed eccomi qui che a 76 anni in abiti borghesi percorro i chilometri che non percorsi allora e taglio il traguardo, in uno stadio olimpico deserto, con il mio soprabito nero, facendo pace con il mio spirito.

 Gentile signor Kanakuri,
il comitato Olimpico Internazionale, in accordo con il Comitato Olimpico Svedese, ha l’onore di annunciarle che, in data odierna, 12 Maggio 1967, è stato registrato nei documenti ufficiali della maratona olimpica di Stoccolma dell’anno 1912, pari a 40 chilometri e 200 metri, il tempo da lei complessivamente impiegato. Detto tempo è di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi.
Con questo atto, eseguito davanti ad attendibili e autorevoli testimoni, possiamo cosi decretare ufficialmente conclusa la maratona di Stoccolma dell’anno 1912.
Con gratitudine e stima.
Il presidente Avery Brundage

 Post scriptum. Con questa lettera il comitato olimpico ha certificato l’impresa del nostro eroe Shizo Kanakuri che pur di non affrontare la vergogna del ritiro fece ritorno da clandestino in Giappone.
La maratona di Stoccolma passò alle scarne cronache sportive dell’epoca per la morte del maratoneta portoghese Francisco Làzaro mentre il ritiro di Shizo Kanakuri passò quasi inosservato.
Shizo Kanakuri partecipò anche alla maratona di Anversa 1920 classificandosi 16° e a quella di Parigi 1924 non riuscendo a terminarla.
Una menzione speciale anche a Franco Faggiani, la cui fantasia nello splendido libro “Il guardiano della collina dei ciliegi” mi è stata di spunto per questa storia.  

Mister Rosso

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