Implicazioni legali del rinvio di Tokyo 2020

Photo by Christine Roy on Unsplash

Tokyo 2020 rinviata al 2021. Sì, lo sappiamo da due mesi. Meno scontata può apparire la possibile ripercussione legale di questo rinvio. Anche (e soprattutto) dietro le Olimpiadi, infatti, c’è un danaroso universo di contratti, cifre, accordi, costi.
Cosa può succedere se un apparato del genere viene sconvolto da una “differita” di un anno?

Iniziamo da ciò che maggiormente “move il sole e l’altre stelle” nello sport odierno: i diritti audiovisivi (questo è il vero nome dei cosiddetti diritti tv). Quasi tre quarti dei ricavi totali del CIO derivano dai soldi che i broadcaster investono per trasmettere i Giochi. Per Tokyo 2020, i “detentori diretti” dei diritti sono colossi come Discovery (proprietaria di Eurosport), NBCUniversal (che avrebbe lanciato una nuova piattaforma streaming 9 giorni prima della cerimonia d’apertura), Globo, Sky, beIN Sports, Infront, Sony, CCTV e altri network di rilievo. Ma in molti Paesi, a trasmettere effettivamente i Giochi sono operatori che acquistano i diritti in sublicenza dal detentore diretto di riferimento: limitandoci al solo esempio di casa nostra (servirebbe un lunghissimo articolo per elencare caso per caso) la RAI per trasmettere Tokyo 2020 ha dovuto pagare Discovery, detentore dei diritti per l’Europa. Sommando tutti gli accordi, tra quelli diretti con il CIO e le sublicenze, ballano cifre abbondantemente a nove zeri.
Le cifre degli accordi, però, sono il risultato di previsioni sui ricavi in base al periodo in cui ci si aspettava che si svolgessero i Giochi. Valutazioni che non è detto rimangano identiche in seguito al rinvio. In altre parole: i broadcaster hanno messo sul piatto una determinata somma di denaro perché hanno valutato che, trasmettendo Tokyo 2020 dal 24 luglio al 9 agosto di quest’anno, avrebbero probabilmente ricavato tot. Se invece lo stesso evento si terrà dal 23 luglio all’8 agosto 2021, le previsioni sui ricavi potrebbero portare allo stesso risultato come a risultati diversi, considerando anche che la crisi economica generata dal coronavirus potrebbe frenare gli investimenti degli inserzionisti pubblicitari su emittenti televisive e piattaforme on line.
Certo, lo scoppio di una pandemia è un evento impossibile da prevedere, e si può pensare che le parti in causa tengano conto di questo e si limitino a riapplicare gli identici termini contrattuali al nuovo periodo di svolgimento dei Giochi. Anzi, è facile ipotizzare che, ricollocando l’Olimpiade giapponese nel medesimo periodo del 2021 in cui avrebbe avuto luogo quest’anno, il CIO abbia considerato proprio la necessità di cambiare il meno possibile le condizioni rispetto ai programmi originari, così da limitare al massimo i rischi di rinegoziazioni poco serene.

Simili discorsi valgono naturalmente per gli sponsor. Un esercito di giganti, che vede in prima fila Coca-Cola, Samsung, Visa, Alibaba, Panasonic, Toyota, Procter&Gamble e tanti altri nomi di caratura internazionale, per un monte complessivo (da record olimpico) che supera la barriera del miliardo di euro.
Spaziando dai main sponsor internazionali fino ai partner commerciali locali, sono un’ottantina le aziende che hanno associato il proprio brand a quello di Tokyo 2020. E anche per sconvolgere meno possibile gli scenari di marketing attorno ai quali hanno preso forma i contratti, il CIO ha mantenuto il nome Tokyo 2020 senza trasformarlo in 2021 (banalmente, pensiamo a tutto il merchandising che si sarebbe dovuto riprogettare in caso di cambio del nome). Secondo gli esperti, soprattutto i partner locali potrebbero avere qualche difficoltà finanziaria in più legata al rinvio, ed è quindi più probabile che possa essere qualcuno di loro a interrompere il rapporto o comunque chiedere qualche soldo indietro. Mentre per gli sponsor più grossi si parla di pagamenti semplicemente dilazionati o ritardati.

Regna l’incertezza poi su quegli sponsor, tra i quali Allianz, la cui partnership con le Olimpiadi partirà dal 2021, nell’ottica del nuovo quadriennio. Manterranno intatte le loro campagne anche se l’anno prossimo sarà ancora quello di Tokyo 2020?

Per ora le revisioni dei contratti sembrano procedere senza frizione alcuna, in un clima di comprensione della situazione. Ma una cosa è certa: se uno o più network, broadcaster, sponsor e/o partner dovessero avvalersi di qualche clausola legata a “cause di forza maggiore”, disastro imprevedibile (nel mondo anglosassone si parla di “Act of God”), impraticabilità commerciale et similia per disattendere quanto pattuito,  si aprirebbero scenari di contenzioso da centinaia di migliaia di dollari, se non milioni.

Le considerazioni sulle possibili implicazioni legali del rinvio comunque non si fermano qui.
Il CIO deve prolungare o posticipare le assunzioni del personale addetto agli eventi (mica detto che tutti siano disponibili alle nuove date, specialmente chi risiede lontano dal Giappone) oltre agli accordi per l’utilizzo dei magazzini e degli impianti. E qui abbiamo almeno tre casi concreti: il Tokyo International Forum, che dovrebbe ospitare le gare di sollevamento pesi; il Tokyo Big Sight, che dovrebbe essere uno dei principali “media center”; e il Makuhari Messe, situato nella città di Chiba, che dovrebbe ospitare le gare di lotta, scherma e taekwondo. Queste strutture hanno già altri eventi (soprattutto fiere ed esposizioni) prenotati per l’anno prossimo. Un bel rebus.
Senza contare inoltre la moltitudine di imprese, pronte a lavorare intensamente durante i Giochi, costrette a rivedere completamente le prospettive di ricavo. Parliamo di tutto quell’indotto composto da alberghi, ristoranti, bar, negozi e compagnie aeree che rischiano di dover tagliare posti di lavoro, sperando di riassorbire il mancato guadagno e farsi trovare nuovamente pronti per luglio-agosto 2021. Speranze da estendere, naturalmente, agli impiegati ed impiegate direttamente coinvolti, che potrebbero avere conseguenze negative sulla propria vita lavorativa a causa di queste difficoltà dei datori di lavoro. Il Japan Times ad aprile parlava già di bed&breakfast che hanno chiuso i battenti…
A dirla tutta, le speranze, le preoccupazioni e gli auguri vanno estesi al di là del mero rinvio dell’Olimpiade nipponica, abbracciando la condizione generale di contrazione e incertezza da coronavirus.

In tutto questo valzer di possibili manovre legali, può intervenire una variabile: le assicurazioni. A partire dai boicottaggi degli anni Ottanta, il CIO spende fior di milioni in polizze prima di ogni edizione dei Giochi. Attualmente sono in corso le discussioni con le compagnie assicurative coinvolte in Tokyo 2020, tra cui figura Swiss Re, per stabilire se e quanto fosse coperto un rinvio di un anno per pandemia.
In eventuali contenziosi tra CIO e altri soggetti, la presenza o meno di tali coperture, e il loro ammontare, potrebbero essere non dico un fattore discriminante, ma magari entrare in gioco nelle valutazioni delle parti in causa e nelle decisioni di un giudice.

Spostandoci su tutt’altri attori dell’apparato a cinque cerchi, concentriamoci un attimo sulla joint venture di grosse aziende immobiliari che gestisce le sorti del villaggio olimpico. In tempi pre-rinvio e pre-coronavirus, oltre 900 appartamenti del villaggio (su 5600 totali) erano stati venduti a privati per il post-Olimpiade. Chi avesse acquistato uno o più appartamenti per una data precedente al 6 settembre 2021 (il giorno prima si concluderanno le Paralimpiadi) si trova davanti un bivio: posporre serenamente il proprio acquisto a dopo i Giochi oppure indagare i meandri del contratto e tentare la via dell’annullamento, possibilmente ricevendo indietro l’acconto già versato.
In questi ultimi casi, vie legali in vista!

Chiudiamo infine con l’incognita sanitaria. Il CIO e il Comitato Organizzatore di Tokyo 2020 dovranno infatti garantire la sicurezza delle centinaia di migliaia di persone coinvolte, dagli atleti e tutti gli addetti ai lavori fino agli spettatori. Qualora a luglio 2021 non dovesse ancora esserci un vaccino e la circolazione del virus non si fosse arrestata in tutto il mondo, il pericolo Covid-19 non si potrà considerare inesistente.
Dovranno dunque essere predisposte misure di sicurezza efficaci a seconda della situazione del momento. E tutti i partecipanti alle competizioni, atleti e staff, dovranno essere testati per poter essere ammessi. Last but not least, qualcuno si dovrà assumere legalmente la responsabilità di far partecipare atleti, addetti ai lavori e pubblico alla manifestazione. A chi saranno demandati tali oneri?
Ma poi… ci sarà un pubblico?

Ad oggi tutte queste sono “noie” potenziali. Non abbiamo finora notizie ufficiali di clausole impugnate, pagamenti non saldati e cause legali. Così come al momento non possiamo sapere quale sarà l’effettiva entità globale del pericolo coronavirus fra un anno.
Sappiamo però che Yoshiro Mori, presidente del Comitato Organizzatore di Tokyo 2020, ha intenzione di rivedere le cerimonie di apertura e chiusura in modo da renderle meno costose rispetto a quanto programmato. Più lapidari sono stati il direttore generale del Comitato, Toshiro Muto, il presidente del CIO Thomas Bach, e il premier giapponese Shinzo Abe: «Saranno Olimpiadi con una forma diversa dal solito».

Anche perché le spese supplementari derivanti dal rinvio saranno non meno di 2 miliardi e mezzo di euro e non c’è ancora un’intesa definitiva tra il CIO e il governo nipponico su chi dovrà farsene carico.  Il CIO, infatti, contribuirà con un fondo da circa 600 milioni di euro destinato al Comitato Organizzatore di Tokyo 2020, a cui si aggiungono quasi 150 milioni (in prestiti) da ripartire tra le Federazioni sportive internazionali e i Comitati olimpici nazionali più danneggiati. Ma per il resto cercherà di far valere l’Host City Contract (stipulato quando i Giochi furono assegnati alla capitale giapponese) secondo il quale gli oneri di spesa non esplicitamente assunti dal CIO risiedono tutti in Giappone.

E noi ci auguriamo che tra le vittime di questo dramma mondiale non ci sia anche il più grande tripudio di sport concepito dagli esseri umani.

Da un’idea di Sports Illustrated riveduta e ampliata grazie a pubblicazioni anglosassoni e asiatiche.
Si ringrazia per la gentile consulenza l’avvocato Luca Marelli, ex arbitro di calcio di Serie A.

Mister Giallo

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