Tra i 100 e i 200 c’è di mezzo… un record-man

Photo by Henry & Co. on Unsplash

Il maestoso sovietismo in salsa olimpica dello stadio Lenin è da sospendere il fiato. Ma lui, di bianco vestito in penultima corsia, davanti a quella folla ha già vinto i 100 metri tre giorni prima. Che occasione, quell’Olimpiade! Gli Stati Uniti che decidono di non andare e si portano dietro altri sessantacinque Paesi. Un Butler, un King, un Floyd, un Lattany e tanti altri concorrenti in meno. È la congiuntura astrale perfetta per riportare l’Union Jack sul tetto olimpico dello sprint. Ah no, già, il Regno Unito (come gran parte degli alleati NATO, Italia compresa) è andato a Mosca sotto la bandiera a cinque cerchi e senza il proprio inno nazionale. Vabeh, poco male. Tanto lui è scozzese, chissà quali sentimenti nutre verso il vessillo britannico e God save the Queen. Ma ciò non è affar nostro. Quel che conta è che lui è lì, un oro l’ha già messo in cascina e adesso c’è da andarsi a prendere i 200 metri.

Allan Wells parte con la solita esplosività, temprata dai rigidi allenamenti nella sua Edimburgo. Un’esplosività refrattaria persino a partire coi piedi piantati ai blocchi di partenza come tutti gli altri. Anche perché lui fino a quattro anni prima non era neanche un velocista, ma un saltatore in lungo. Che strana la vita. Ora ha superato di slancio il curvone e si trova davanti il rettilineo che gli può far completare la doppietta 100-200. In barba alla sua schiena, che poche settimane prima l’ha costretto a precipitarsi in ospedale per riuscire a rendersi presentabile per i Giochi moscoviti. In barba a Margaret Thatcher, che aveva tempestato di lettere lui e altri atleti per implorarli di boicottare. E in barba anche ai mezzofondisti superstar Steve Ovett e Sebastian Coe, che si stanno prendendo tutta la scena dell’atletica britannica.

Mancano 50 metri e Allan Wells è in testa: in corsia uno, il temibile cubano Silvio Leonard, che nella finale dei 100 metri Wells ha battuto al photofinish, sta perdendo terreno; in corsia quattro, il giamaicano Don Quarrie, oro a Montreal ’76, non guadagna un centimetro. E alla destra di Wells, tutto sembra tacere: il record-man mondiale dei 200 metri, con quei 19’’72 fatti registrare alle Universiadi di Città del Messico l’anno prima [tuttora primato europeo], è partito male e sta provando a risalire da dietro, ma ormai è troppo tardi. Non ce la farà mai a riprendere lo scozzese ex-saltatore-oggi-velocista. Anche perché quel primato messicano era viziato dall’altitudine, che si sa, riduce l’attrito dell’aria…

Eppure, quel record-man-d’altura-partito-male sta recuperando. Ma no dai, è impossibile. E invece sì. Wells si affanna a non perdere l’abbrivio nelle ultime falcate, cercando il traguardo quasi più con la testa reclinata in avanti che con le gambe. Quell’altro, invece, sembra aver schiacciato un interruttore magico che l’ha messo in modalità velocizzata. In quel segmentino finale va più forte degli altri, con una naturalezza tale da sembrare innaturale: corsa fluida, busto e collo sempre dritti. Quando il cronometro si ferma a 20’’19, lui e Wells sono incredibilmente appaiati.

Con una rimonta da leggenda, al terzo tentativo olimpico in carriera, con un vantaggio di appena due centesimi di secondo su Wells, ha vinto il detentore del record. Ha vinto l’italiano. Ha vinto Pietro Mennea.


P.s. Allan Wells tornerà a casa (insieme alla moglie e coach Margot, oggi allenatrice di rugby) con la soddisfazione di un oro e un argento alle Olimpiadi, e per dissipare il sospetto che i suoi successi sarebbero stati impossibili senza il boicottaggio americano, si sarebbe preso la briga, dopo nemmeno due settimane, di partecipare a un meeting a Koblenz (Germania) e battere nei 100 metri Stanley Floyd, Mel Lattany e un giovanissimo Carl Lewis.
E a scanso di equivoci, non c’era nessun rapporto conflittuale tra Wells e gli illustri connazionali Ovett e Coe.
P.p.s. Di Pietro Mennea e della sua impresa in quei 200 metri ha scritto il nostro Mister Nero Beppe sul magazine CorriereAl.
P.p.p.s. L’idea per questo articolo è nata leggendo la voce su Mosca 1980 della sezione sportiva di Treccani.it. L’autore di quella voce è Gian Paolo Ormezzano, gigante del giornalismo sportivo italiano e lettore di ‘5 Cerchi Quante Storie’.

Mister Giallo

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