Roma 1960 nel racconto di Antonio Bailetti

Medaglia d'oro XVII OlimpiadeRoma, 1960. La prima e unica Olimpiade italiana.
Fu un evento grandioso, le cui gare, trasmesse in mondovisione – una prima volta per i Giochi – si svolsero tra scenari unici, che coniugavano la classicità dell’antica Roma con i più moderni impianti costruiti o restaurati per l’occasione, e una cerimonia inaugurale in grande stile.
L’Olimpiade si concluse con l’Italia al terzo posto nel medagliere – 13 ori, 10 argenti e 13 bronzi – dietro alle due superpotenze dell’epoca – Unione Sovietica e Stati Uniti.
Un importante contributo al bel risultato azzurro arrivò dal ciclismo, sia su strada che su pista, che regalò al paese cinque ori sui sei disponibili, tra cui la prima medaglia d’oro italiana di Roma 1960. Il 26 agosto, infatti, il quartetto azzurro composto da Antonio Bailetti (nella foto a sinistra), Ottavio Cogliati, Giacomo Fornoni e Livio Trapè tagliò il traguardo della gara a cronometro su strada 100 km a squadre per primo, in 2:14’33″53, posizionandosi davanti a Germania – la divisione della nazione tedesca non era stata ancora riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale e gli atleti dei due paesi avevano quindi dovuto riunirsi per l’occasione – e Unione Sovietica.
«Il giorno della gara all’Olimpiade i nostri tecnici avevano tanta fiducia, noi un po’ meno, pensavamo che gli altri fossero degli atleti più esperti. Invece abbiamo pedalato, abbiamo pedalato e abbiamo vinto», mi ha detto lo scorso martedì proprio Antonio Bailetti, con il quale ho avuto l’enorme piacere di fare una lunga chiacchierata – telefonica, ovviamente, visto il periodo.

319px-Antonio_BailettiAntonio mi ha raccontato che la sua passione per il ciclismo nacque un po’ per caso.
I suoi genitori si trasferirono dal Veneto a Nosate – un paesino in provincia di Milano, al confine con il Piemonte – dove Antonio iniziò a lavorare come panettiere. «Portavo in giro il pane a Nosate e nei paesi limitrofi, per tutto Turbigo, poi c’era un cliente anche a Robecchetto. Tutto il giorno o quasi in bicicletta. Allora il mio principale ha cominciato a chiedermi “perché non corri in bicicletta? Ci penso io, ti aiuto io”. Ho iniziato con una bici sportiva, si andava ad Arona (sul Lago Maggiore, ndr) e poi si tornava. Era il 1953 e avevo 16 anni quando ho cominciato a correre a livello agonistico. Il primo anno è andato così così, il secondo anno ho vinto parecchie gare da allievo. Poi a 18 anni ho smesso di fare il panettiere e sono passato tra i dilettanti. Gareggiavo per un gruppo sportivo di Mariano Comense, la Cademartori».

E in quegli anni si formò anche il quartetto che avrebbe poi trionfato nell’Olimpiade romana.
«Ero il migliore di Lombardia e Piemonte. Allora i tecnici da Roma si sono accorti che c’era anche questo Bailetti e mi hanno incluso a fare le preolimpiche, che si svolgevano due anni prima dei Giochi. Su strada c’erano la 100 km a cronometro a squadre, per la quale bisognava trovare quattro ciclisti con uguale andatura, e la corsa individuale, che era di 180 km. L’anno dell’Olimpiade hanno iniziato a formare questo quartetto: Bailetti, Cogliati, Forloni e Trapè. Io di Turbigo, Cogliati di Legnano, Forloni di Erba e Trapè di Montefiascone. Abbiamo vinto tutte le cronometro, allora non si potevano più creare altre squadre».
Tre ciclisti lombardi e uno laziale. Ma, nonostante la distanza, Antonio mi ha spiegato come non ci siano stati problemi nella preparazione.
«Noi tre lombardi ci allenavamo insieme. Ci trovavamo a Mariano Comense, io e Cogliati alloggiavamo in un albergo. Trapè invece si allenava da solo. Poi abbiamo fatto delle gare insieme, ma non ci sono stati problemi, perché Trapè era un ciclista molto bravo».
Gli allenamenti variavano a seconda della competizione.
«Si correva anche in settimana e le corse non erano tutte a cronometro. Quando c’era da fare la cronometro, si facevano 100 km giusti, magari dietro a una moto per abituare la gamba a pedalare più forte. Altrimenti si percorrevano anche 140 o 160 km. Ogni settimana in tutto facevamo 400 o 500 km»

Il 25 agosto 1960 segnò finalmente l’inizio dei Giochi della XVII Olimpiade, che si svolsero in un’atmosfera coinvolgente e pacifica. Nei giorni precedenti, Papa Giovanni XXIII aveva addirittura concesso udienza a tutti gli atleti nella sua residenza vaticana, evento unico nella storia dei Giochi.
«Tutti gli atleti del mondo vivevano al Villaggio Olimpico – ha continuato Antonio – c’erano un’infinità di atleti e accompagnatori, ma noi non eravamo al Villaggio, non ci hanno portati. C’era baccano. Noi eravamo a una cinquantina di chilometri dalla città, per stare tranquilli. L’atmosfera olimpica è bellissima, anche se noi non abbiamo fatto la cerimonia di apertura, perché il giorno dopo avevamo la competizione. Siamo stati la prima medaglia d’oro italiana. Siamo partiti martedì 26 agosto alle 9 del mattino. Il circuito iniziava al palazzo dell’EUR, dove prima c’era una pista di ciclismo e giocavano anche a hockey su prato, e poi si andava a Ostia tre volte. Si faceva via Cristoforo Colombo, verso Castel Fusano, e si passava per la pineta, tre volte così, 100 km in tutto. Un bel percorso, con due salite, una ad andare e una a tornare. L’andata era bella, verso il mare. A mezzogiorno eravamo già campioni olimpionici. Durante la gara, non ci credevamo di poter arrivare primi, pensavamo “ora arrivano i tedeschi, ora arrivano i russi”, invece gli abbiamo dato una bella distanza, siamo stati bravi per questo».
Quali erano quindi gli avversari più temuti dal quartetto italiano tra le altre ventiquattro nazioni partecipanti alla cronometro? «I nostri avversari erano i ciclisti tedeschi, che erano tutti della Germania Est. Sono andati forte i tedeschi, ma siamo arrivati prima noi», ha risposto Antonio.
«Dopo l’Olimpiade, quando siamo tornati a casa, c’era festa dappertutto. Ci chiedevano di andare, ma noi eravamo in competizione, si doveva sempre correre. Nei nostri paesi hanno organizzato molte feste, specialmente a Mariano Comense e a Introbbio, dove c’era la Cademartori».

Toni, vittoria di Cagliari 1962Dopo l’Olimpiade di Roma, Antonio iniziò a gareggiare tra i professionisti.
«Sono passato tra i professionisti nel 1961 e correvo per la Bianchi. L’anno dopo sono stato ingaggiato dalla Carpano (la foto qui a lato è del 1962, quanto Antonio correva per questa squadra, ndr), un gruppo molto forte e molto famoso di Torino. Poi ho gareggiato per la Sanson, la Salvarani e la Faema. Ho corso finché sono caduto e mi sono fatto male».
Durante la sua carriera tra i professionisti, Antonio ha partecipato a tutte le competizioni più importanti – tra cui il Giro d’Italia, il Tour de France e la Vuelta a España.
«Ho vinto due tappe al Giro d’Italia e due tappe al Tour de France. Si andava anche all’estero a correre, anche se non era come adesso. Prima i ciclisti venivano giusto da Italia, Svizzera, Francia, Belgio e Spagna, qualcuno dalla Germania».
Come coronamento della brillante carriera di Antonio, è arrivato anche il Collare d’oro al merito sportivo, la massima onorificenza del Comitato olimpico nazionale italiano, nel 2015.

Il ciclismo è una disciplina ricca di storia e di famosissime gare dal fascino intramontabile. Per concludere la nostra chiacchierata, ho chiesto quindi ad Antonio quale fosse, secondo il suo parere, la competizione più bella – Olimpiadi escluse. La risposta è per lui stata facile: «Quella che fa gola a tutti è la Milano-Sanremo. Sanremo è Sanremo, in tutte le maniere».

Miss Blu

Le immagini sono tratte da commons.wikimedia.org e da wikipedia.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...