Novecento, atto primo: Parigi

Il “secolo breve” deve ancora iniziare. A Buckingham Palace risiede Vittoria, regina dal 1837. Adolf Hitler sta crescendo nell’impero austro-ungarico su cui regna da oltre mezzo secolo Francesco Giuseppe. Il futuro führer è un undicenne, nato ad aprile del 1889 il giorno 20, appena quattro giorni dopo un altro bambino che sta invece crescendo per le strade di Londra in assoluta povertà, un’infanzia “che sembra uscita dalla penna di Dickens” tra istituti di carità, ospizi di mendicità, e che ha già iniziato a esibirsi nel ruolo del monello nei music hall. Quel bambino diventerà “il clown più universalmente famoso e amato del suo tempo” come ne scrive il suo biografo David Robinson, e avrà il coraggio di sfidare con le sue armi, in un film in cui ne farà una parodia satirica eccezionale, proprio “l’uomo che avrebbe causato più orrori e sofferenze di chiunque altro nell’epoca moderna”. Quel bambino è, ovviamente, Charlie Chaplin.
Umberto I è il re d’Italia e sta per incontrare il suo destino a Monza per mano dell’anarchico Bresci, dopo avere assistito a un saggio ginnico, esibizione di attività fisica rara da noi per quei tempi.

Cosa fosse lo sport all’inizio del Novecento per gli italiani lo racconta con la sua consueta maestria Gianni Brera: “A giocare il calcio e il cricket, in quegli anni di scarsa grazia, erano soltanto i sudditi di Sua Maestà Britannica. L’operaio italiano percepiva meno d’una lira dopo aver lavorato quattordici ore al giorno. I borghesi erano pochi e non avevano schiena. Sport in senso nobile se ne faceva presso l’esercito, per dovere professionale (scherma, equitazione, corsa podistica).” Nel primo decennio del XX secolo perciò “sport era sinonimo di ginnastica, cioè purezza, perfezione estetica, equilibrio” (Dario Ricci e Daniele Nardi in ‘La migliore gioventù’).
Sui giornali locali, a sfogliare le edizioni che si trovano nella benemerita raccolta online promossa dalla Regione Piemonte, le notizie sportive sono, congruamente, quasi del tutto inesistenti. Si trovano i risultati di alcune corse podistiche e ciclistiche, di solito organizzate nell’ambito di feste e fiere, talvolta mischiati al resoconto dei concorsi del bestiame. O alla condanna dei balli pubblici delle stesse fiere, “una delle cause di rovina fisica e morale di tanta gioventù” secondo la stampa cattolica (la più diffusa allora nei paesi).

L’ethos vittoriano dello sport che va a beneficio della persona sia dal punto di vista fisico sia da quello morale, come scrive Tim Pears, è una reazione alla cultura sportiva britannica che già nel XVIII e poi nel XIX secolo vedeva gli aristocratici scommettere pesantemente sulle corse dei cavalli e poi sulle corse a piedi, oltre che sulla “noble art” del pugilato. Soprattutto le prove di atletica erano diventate spettacoli molto seguiti, con biglietti all’ingresso e puntate di scommesse, corse truccate, risse e ubriachezza, per cui gli studenti delle elitarie Oxford e Cambridge scelsero di avvicinarsi invece alla lettura dello sport “pura” che sul continente stava promuovendo un barone francese.
La Francia viveva il dolore profondo della débâcle della guerra franco-prussiana del 1870, e il conseguente insorgere di un rancoroso nazionalismo. Proprio richiamando l’affermazione attribuita al duca di Wellington secondo cui la vittoria di Waterloo era il frutto degli allenamenti di Eton, il barone Pierre de Coubertin vedeva nell’attitudine britannica alla pratica sportiva la sola redenzione per la “jeunesse dorée”. Nella capitale del suo paese il barone aveva organizzato nel 1894 il primo congresso olimpico, proponendo la disputa dei Giochi per il 1900. Nel frattempo la Francia della Terza Repubblica, divisa dall’affare Dreyfus, e dove nel febbraio del ’99 lo scrittore Paul Déroulède aveva tentato un colpo di Stato nazionalista, si preparava a ospitare la grande esposizione universale per cui furono tra gli altri costruiti la nuova Gare de Lyon, la Gare d’Orsay, il Grand Palais e il Petit Palais, diversi ponti compreso l’ammodernamento dell’oggi celeberrimo pont de l’Alma, ma anche i lavori per la prima linea del Metrò, pure per servire i Giochi Olimpici le cui prove venivano disputate, tra l’altro, al Bois de Vincennes, capolinea della première ligne, con le stazioni dagli ingressi Art nouveau disegnati da Hector Guimard.

L’Expo, il sesto parigino, attira più di cinquanta milioni di visitatori e ha conseguenze finanziarie disastrose, non se ne organizzeranno infatti più lungo la Senna.
I Giochi della II Olimpiade, ospitati tra le manifestazioni dell’Expo, iniziano il 14 maggio 1900 e si trascinano fino alla fine di ottobre. Non c’è cerimonia di apertura o di chiusura, molti atleti nemmeno si rendono conto di prendere parte (o di vincere) a una Olimpiade, il CIO ci metterà un secolo a definire un medagliere, ancora adesso il nostro ciclista Enrico (o Ernesto Maria?) Brusoni è campione per il Comitato Olimpico italiano, non per quello internazionale che considera l’individuale a punti manifestazione dell’Expo non dei giochi.
Si disputano oltre ai tradizionali sport, dall’atletica al nuoto, a ginnastica scherma e canottaggio e così via, anche prove almeno estemporanee, per non dir di peggio: si tira al piccione (vivo, ça va sans dire), si disputa un torneo di pelota basca e congruamente lo vince una coppia formata da un nativo di Izarra, o meglio Urkabustaiz poco a sud di Bilbao, José de Amézola, insieme a un “oriundo”, il Francisco Villota madrileno di nascita ma originario della Cantabria. Si disputano tornei di cricket e polo, così come di croquet (in qualche giardino, immagino) cui partecipano ben sette uomini e tre donne, tutti francesi.
La ricostruzione postuma delle gare e del medagliere si ha quasi un secolo dopo, quando Bill Mallon, medico ortopedico ed ex-golfista professionista statunitense, uno dei massimi esperti delle Olimpiadi, pubblica ‘The 1900 Olympic Games: Results for All Competitors in All Events’.

Come detto da noi lo sport è rappresentato soprattutto dalle pratiche ginniche e dalle esercitazioni degli ufficiali, di solito di famiglia nobile.
Coerentemente vince la prima medaglia olimpica italiana il conte Giovanni Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, sottotenente, formatosi alla Accademia Reale di Torino, ufficiale di complemento alla Scuola Militare di Pinerolo (in futuro frequentata anche dall’Avvocato) e assegnato al reggimento Genova Cavalleria. Vince la gara di salto in alto con un’elevazione di 1,85 metri, in sella a Oreste.
C’è una leggenda attorno a questa medaglia. Oreste avrebbe dovuto montarlo Federico Caprilli, livornese, il padre dell’equitazione moderna (naturale, si definisce), ufficiale del medesimo reggimento in cui era sottufficiale il conte Trissino.
Viene richiamato in servizio attivo, l’ufficiale Caprilli, perciò deve rinunciare ai Giochi anche se molti sospettano che si sia comunque recato a Parigi e abbia gareggiato a nome di Trissino. Non sapremo mai la verità, come permangono dubbi sulla sua prematura morte.
Andiamo per ordine.
Circa la mancata partecipazione a Parigi ‘La Gazzetta dello Sport’ scrive: “All’ultimo momento, quando già si apprestava alla partenza, un ordine telegrafico del Ministero gli inibiva assolutamente di montare a Parigi i cavalli Montebello, Oreste e Pomelo, colà già inviati. E nel dubbio che a Parigi fosse già diretto – giacché trovavasi in regolare licenza – il Ministero telegrafava a quell’Ambasciata l’ordine perentorio di proibire al Caprilli di prender parte al Concorso, per motivi politici.” Aggiunge però un passaggio che fa molto pensare: “mentre è noto urbis et orbis, che il vero motivo é dovuto a pettegolezzi, invidia et similia.
Il 6 dicembre del 1907 ‘La Stampa’ ha un ampio titolo:  “La morte del capitano Caprilli in seguito ad una caduta da cavallo” e due colonne, che la dicono lunga sulla popolarità del cavaliere, dedicate al racconto della disgrazia, dell’agonia, della composizione della salma, del ricordo delle sue glorie sportive mentre un necrologio descrive la sua fine: “Ieri, alle 17,20, montando a cavallo sul corso Duca di Genova, cadde essendo al piccolo trotto, contrariamente a quello che alcuni giornali hanno pubblicato stamane. L’ipotesi più probabile è che sia stato colto da un improvviso malessere: questa ipotesi è avvalorata dal fatto che, senza che il cavallo facesse il minimo scarto od altra difesa, fu visto il capitano barcollare e cadere pesantemente a terra, battendo il capo.
Principi e generali, conti e tenenti “si soffermano a lungo presso il letto, su cui ancora giaceva il defunto” leggiamo il giorno dopo, e apprendiamo pure che “lascia soltanto una sorella ed un fratello” e che nel testamento, “scritto di proprio pugno, nell’agosto ultimo, in Irlanda”, “dispone di non volere onori funebri né accompagnamenti, ed ordina che la sua salma venga cremata”. Solo “il fratello accompagnò l’estinto”: “La cerimonia non poteva essere più modesta né più solenne nella sua semplicità”.

Il grande cavaliere fece in realtà altre due richieste: che tutta la sua corrispondenza fosse bruciata, e di essere sepolto il più vicino possibile all’intimo amico, il conte Emanuele di Bricherasio, tra l’altro fondatore dell’ACI e co-fondatore della Fiat, lui pure morto giovane (e in modo misterioso) nel 1904. I due hanno l’eterno riposo in provincia di Alessandria, a Fubine, il monumento funerario è opera del Bistolfi, e sulla lapide di marmo chiaro la sobria iscrizione è: “Federicus Caprilli. Magister equitum. 1868 1907”.

L’altra medaglia d’oro italiana è vinta da un professionista, grazie a un’eccezione ratificata dallo stesso barone de Coubertin possono gareggiare i maestri d’armi – istruttori professionisti – e vince la sciabola un Antonio Conte in una finale tutta italiana che consegna peraltro la medaglia d’argento… all’Ungheria.
Lo sconfitto è infatti il maestro Santelli, scuola livornese, cioè il top della tradizione della specialità. Nome di battesimo, teniamolo a mente, Italo.
Santelli, quando vince l’argento di Parigi da diversi anni già insegna a tirare di scherma in Ungheria, altro paese di grande tradizione in questo sport, dove è tuttora ricordato (dà pure il nome a una frittata, tutt’altro che dietetica), e all’Olimpiade del 1924 sarà infatti uno degli allenatori degli ungheresi. Verrà coinvolto in uno scontro tra le nazionali che finì con i nostri che abbandonavano le gare cantando ‘Giovinezza’, il suo ruolo a favore dei magiari stigmatizzato in modo veemente, il Coni a chiedere che la medaglia di Parigi venga considerata nel bilancio dell’Ungheria non dell’Italia, e ancora oggi infatti questo sovente avviene.
Particolarmente aggressiva nella campagna mediatica fu la ‘Gazzetta dello Sport’ con il focoso Adolfo Cotronei che etichettò Santelli “traditore della patria”: Italo? Ungaro piuttosto!” scrisse, in una polemica durata finché i due non si sfidarono a duello. Cotronei, napoletano, prima al CorSera poi alla rosea di cui fu vice-direttore, non era nuovo ai duelli. Aveva infatti sfidato addirittura Nedo Nadi e, si dice, lo salvò dall’affondo del fioretto del campione solo un bottone delle mutande (un’altra versione più pudica parla di bretelle). Contro il “traditore” Santelli andò in modo anche più bizzarro. Italo, pardon Ungaro, ormai sessantenne delegò alla sfida come consentiva il codice cavalleresco il proprio figlio Giorgio lui pure olimpionico (per l’Italia) nella sciabola a squadre. Il duello si svolse su una barca tra Trieste e Fiume e Cotronei ne uscì con una lesione del nervo ottico che gli permetterà di indossare il monocolo, cosa che aveva sempre desiderato. 

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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