Gold Metal Girl (s)

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Photo by Amber Weir on Unsplash

Ci sono due fili che collegano l’Olimpiade di Mister Nero e Sydney 2000.
Uno è che, oltre agli anni 00, queste due edizioni segnano rispettivamente l’inizio di un secolo e di un millennio.
In particolare Sydney 2000 rafforza con il suo speciale anniversario i valori di de Coubertin già dalla cerimonia di apertura, che il 15 Settembre 2000 all’Olympic Stadium vede l’accensione della fiamma olimpica per mano di Cathy Freeman, atleta aborigena argento nei 400 metri piani ad Atlanta 1996. Un passaggio, quindi, dall’ultima Olimpiade del ‘900 al nuovo millennio, e simbolo di una realtà sociale e politica australiana che nello sport ha ben trovato un veicolo di inclusione.
Da qui il secondo filo. Cathy è infatti l’ultima tedofora di una sequenza di sole donne:

Betty Cuthbert: velocista leggendaria di Melbourne 1956 e Tokyo 1964;
Raelene Boyle, che spinge la Cuthbert, ora affetta da sclerosi multipla, in sedia a rotelle: velocista d’argento a Messico 1968 e a Monaco 1972;
Dawn Fraser;
Shirley Strickland: ostacolista e velocista a Londra 1948, Helsinki 1952 e Melbourne 1956;
Shane Gould: stella del nuoto a Monaco 1972 a soli sedici anni;
Debbie Flintoff-King: l’ultima australiana oro sulla pista prima di Sydney, a Seoul 1988.

Un blocco da 15 medaglie d’oro: celebra la storia olimpica femminile australiana, il suo grande contributo allo sport nel paese e il centenario della presenza delle donne ai Giochi Olimpici (Parigi 1900, appunto).

In mezzo, Dawn Fraser: un’atleta eccezionale che, vittoriosa sull’asma e con un battito cardiaco naturalmente lento dominò in vasca tra il 1956 e il 1964 con mezzi fisici eccezionali…e fuori dall’acqua per una personalità tanto vulcanica, quanto controversa.
Tre Olimpiadi, 8 medaglie: 2 ori a Melbourne 1956 (100 stile e staffetta 4×100, entrambi con record del mondo) e un argento (400 stile); un oro con record olimpico nei 400 stile e due argento nelle staffette 4×100 (stile e mista) a Roma 1960; oro nei 100 stile con record olimpico e argento nella staffetta 4×100 a Tokyo 1964. Prima donna a vincere per tre edizioni consecutive un oro nei 100, vanta in carriera anche i Giochi del Commonwealth (7 ori, un argento), 16 primati individuali e 12 in staffetta.
Ma Dawn era lontana dall’immagine femminile e della sportiva dell’epoca.
Era sfrontata, fumatrice, amante delle scorribande, della birra, ribelle, anticonformista (se ne ricava un’idea dalla sua biografia, Gold Metal Girl, scritta con il giornalista Harry Gordon).
Non meno complicata la sua vita privata. Il suo matrimonio con Gary Ware nel 1965, da cui ebbe la figlia Dawn Lorraine, fu estremamente mediatico e durò poco. Perse un fratello (era l’ultima di otto figli) a causa della leucemia, il padre per cancro a pochi mesi da Roma 1960 e per un brutto scherzo della sorte la madre in un incidente d’auto a poche settimane da Tokyo 1964. Guidava Dawn. La madre fu l’unica vittima, la sorella della campionessa e la sua amica a bordo ne uscirono illese, lei con infortunio ad una vertebra che fu trattato e non le impedì, nonostante tutto, di gareggiare.
Data la sua peculiare personalità furono inevitabili gli scontri con la Australian Swimming Union, per quanto le vittorie le abbiano risparmiato dei provvedimenti disciplinari. A Roma 1960 i rapporti si inasprirono ulteriormente in seguito a diverbi che ebbe con altri membri della squadra e il rifiuto, pare, di prendere parte alla sezione farfalla della qualificazione per la staffetta 4×100.
La rottura definitiva avvenne però a Tokyo 1964, che ne segnò la fine della carriera olimpica in modo inevitabilmente controverso.

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Photo by Julie Anne Garrido on Unsplash

Sfilò alla cerimonia di apertura nonostante la richiesta di non farlo (le sue qualificazioni e gare si sarebbero svolte subito nei giorni seguenti) e per le competizioni scelse per comodità, nonostante gli sponsor, un costume diverso rispetto a quello fornito. E al concludersi delle gare di nuoto prese parte, con altri atleti, ad una bravata: il furto di una bandiera olimpica davanti al Palazzo Imperiale di Tokyo. Furono sorpresi,  raggiunti e portati in commissariato. Per lei, che nella fuga si slogò una caviglia, l’essere salita sulla bici di uno dei poliziotti non fu d’aiuto. Fece appello al suo status di campionessa, ma solo l’arrivo di un amico con i documenti favorì il rilascio.
Dawn si è sempre difesa dicendo che non avrebbe mai nuotato nel bacino d’acqua in cui i vessilli si trovavano, perché era troppo malsana, e che la bandiera le era stata data da uno degli altri.
Non fu punita dalla polizia giapponese, che le regalò la “refurtiva”, ma la ASU la sospese per 10 anni. Un’esagerazione. A pochi mesi da Messico 1968 ci ripensarono, ma era troppo tardi: ormai trentunenne, Dawn non riuscì a prepararsi.
Da allora ha insegnato nuoto, ottenuto onorificenze (Atleta Femminile del secolo per la Sport Australia Hall of Fame di cui fa parte dal 1985, la prima donna; la più grande campionessa vivente di sport d’acqua per il Comitato Internazionale Olimpico; Compagno dell’Ordine dell’Australia e Medaglia australiana per lo sport), partecipato al Parlamento del Nuovo Galles del Sud, e riacceso le polemiche con delle dichiarazioni contro gli “immigrati” (1997) e gli australiani “acquisiti” (2015).
Eppure nella notte di Sydney, tra le campionesse della sua nazione è ancora lei, sportiva eccezionale, diversa, scomoda, ma amata, a svettare come quel famoso vessillo.

Miss Verde

Autore: Micky

"A Most Peculiar Mademoiselle" TV Programming Assistant Hufflepuff Travelling Bookworm Musical Theatre Geek Vintage Football Nerd Occasional Writer on Goldmund Unbound and §Tristan

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