In azzurro alle Olimpiadi, grigi e campioni del quadrilatero

Un giovane Baloncieri, non ancora spolsato. Immagine di museogrigio.it (che si ringrazia, nella persona di Sergio Giovanelli)

Quando la nazionale di calcio esordisce all’Olimpiade di Anversa del 1920, primi giochi dopo la Grande Guerra, con un 2-1 non così brillante contro l’Egitto, è Alessandria a risolvere la partita.
Segna infatti il primo nostro gol Adolfo Baloncieri, che ha esordito in azzurro pochi mesi prima ed è (parola di Brera) “uno dei più classici giocatori prodotti a tutt’oggi dal nostro calcio”, mentre Frossi lo reputava anche migliore di De Vecchi, il “figlio di dio” che stabilì il primo grande record di trasferimenti quando nel ‘13 andò dal Milan al Genoa per la folle cifra di 24.000 lire.
E raddoppia Guglielmo Brezzi, allora in forza al Genoa, destinato a rincasare in maglia grigia proprio dopo l’Olimpiade.
Brezzi, nato a Castelceriolo, torna per affiancare in attacco appunto il cugino Baloncieri (e subito faranno 29 gol in due) e Carlo Carcano, destinato prima a diventare l’allenatore della Juventus dei cinque scudetti e poi a un tristissimo e ingiusto oblio per via del suo orientamento sessuale, scandalo ovviamente finito sotto il tappeto nel maschio ventennio (e per molti anni, dopo).
Sarà breve purtroppo non solo la carriera di Brezzi, che ammalatosi dovrà smettere col fútbol non ancora venticinquenne, ma la sua stessa vita. Morirà infatti a Castelceriolo nell’aprile del 1926. “Imponenti onoranze funebri – scrive ‘La Stampa’ – sono state tributate alla salma  del foot-baller nazionale Guglielmo Brezzi: molte corone e molte società sportive tra cui il Torino, il Genoa e la Sampierdarenese e quelle locali al completo”.

Ad Anversa, dove andiamo grazie a una sottoscrizione della Gazzetta dello Sport che raccoglie 600mila lire per incrementare l’insufficiente stanziamento del governo Giolitti che ne aveva messi 100mila, tra alti e bassi “diamo di capo nel leggendario Zamora e non la spuntiamo proprio” (sempre parola di Brera) dopo quattro partite, e un altro gol di Brezzi. Non va molto meglio a Parigi 1924 perché ci facciamo eliminare dalla Svizzera, che comunque è da rispettare visto che arriva fino a giocarsi la finale e a perderla contro il formidabile Uruguay che ha già in campo il capitano Nasazzi e i vari Scarone, Petrone e Cea, e la “maravilla negra” Andrade.
Otto anni dopo l’edizione del 1920, e tutto è cambiato. Mussolini sente i Giochi come “un appuntamento da non mancare nel cammino verso la grandezza”. La Rinascente, il cui proprietario è anche presidente dell’Inter, sponsorizza la nostra nazionale. Scrive Alfio Caruso: “In cambio della foto tra i banconi e le vetrine, ogni azzurro riceve un vestito di gabardine; un paio di pantaloni bianchi abbinato a un giaccone azzurro di lana; un paio di scarpe giallo scuro e un paio bianche; una serie di calzini bianchi e una serie di calzini grigi;  una serie di camicie bianche e una serie di azzurre; cravatte azzurre; fazzoletti bianchi; mutandine e canottiere; un cappello di panno, uno all’alpina e uno di forma simile, però di paglia, bustine di paglia e di panno. Infine due capienti valigie per stipare tanto bendidio.

Saranno proprio gli uruguagi all’Olimpiade di Amsterdam 1928 a batterci 3 a 2 in una semifinale che resta una delle partite più belle giocate dagli azzurri negli anni venti, e il grigio in azzurro in quella edizione sarà di nuovo molto presente.
A cominciare dall’allenatore che aveva fin dal ‘25 sostituito Vittorio Pozzo. Si tratta infatti di Augusto Rangone: fondatore, dirigente, tecnico dell’Alessandria U.S. ma anche arbitro e più avanti (proprio come il collega Pozzo) giornalista.
Si porta ad Amsterdam Elvio Banchero, attaccante di finezza, tuttora uno dei goleador principi con la maglia grigia, che lascerà proprio dopo i Giochi per passare al Genoa, e che da Amsterdam si congeda con al collo la medaglia di bronzo cui contribuisce segnando una tripletta nella “finalina” contro l’Egitto, contro cui curiosamente inizia a finisce la storia olimpica di Baloncieri, che aveva segnato nel ‘20 e aggiunge due gol otto anni dopo. Il Commendatore era nel frattempo passato al Torino, per una cifra record di ben settantamila lire.
Sono gli ultimi anni di gloria del quadrilatero, che sta infine per arrendersi al potere economico delle squadre cittadine, soprattutto le torinesi, e a quei Giochi Rangone schiera sovente Combi-Rosetta-Caligaris: “tutti i bambini – scrive Alfio Caruso in ‘Un secolo azzurro’ – impareranno a scandirlo quale sinonimo di forza e di classe”.
I ragionieri (anche questo un segno dei tempi) Virginio “Viri” Rosetta e Umberto Caligaris vengono dalle due altri grandi potenze del quadrilatero: vercellese il primo, nerostellato il secondo. Il trio arrivò a un passo dal Mondiale del 1934, e proprio lì il destino sembrò dividerli: Combi richiamato da Pozzo dopo l’infortunio nella preparazione di Ceresoli portiere titolare, lascia (con molto riluttanza) la cassa del suo grande bar torinese e va a vincere il titolo. Rosetta fa in tempo a giocare l’esordio a fianco di Allemandi (che detesta) e poi gli viene preferito il bolognese Monzeglio, che era anche il maestro di tennis dei figli del Duce (gran fútbolista, sia chiaro, non gioca per raccomandazione). A Caligaris, crudelmente, Pozzo nega la sessantesima presenza in nazionale, pur avendolo nella rosa di Italia ‘34, “lo lascia piangere senza commuoversi più di tanto” scrive Brera. Sarà con Umberto anche più crudele, il destino: l’ultima volta che la meravigliosa difesa Combi-Rosetta-Caligaris va in campo, in una partita di vecchie glorie, il suo cuore, “un muscolo esplosivo”, smette di battere e muore trentanovenne (la causa della morte accertata un aneurisma).
Proprio Pozzo ne scriverà, il giorno dopo la scomparsa. Titolerà ‘Il gladiatore’ sulla Stampa, e farà ammenda con una trasparenza che ne descrive il carattere: “Ha avuto un dolore, come giuocatore  di squadra nazionale  – scriverà Pozzo di Umberto Caligaris. Glielo ho dato io… Avrebbe dato non so cosa per allinearsi ancora una volta con i compagni… Gli avevo detto che ero disposto ad assecondarlo in tutto, ma che la squadra nazionale non era, secondo me, un campo in cui si potessero fare favori. Mi serbò il broncio per un anno e più”.
Per concludere con: “Addio, caro Caliga, compagno di tante lotte in difesa del nome d’Italia, atleta dal cuore grande e dai mezzi eccezionali.

Il bilancio finale olimpico dei grandi grigi degli anni venti è:
– Adolfo Baloncieri, 3 edizioni, 1 medaglia di bronzo, 11 presenze e 9 gol (uno discusso, perché l’Almanacco del calcio scrive di autogol di Vallana sul suo tiro, nella vittoria 1-0 contro la Spagna a Parigi);
– Elvio Banchero, 1 edizione, 1 medaglia di bronzo, 2 presenze, 4 gol (tripletta nell’11-3 con l’Egitto)
– Guglielmo Brezzi, 1 edizione, 3 presenze e 2 gol.

Questa storia ha un’appendice, quaranta anni dopo Anversa, quando l’Olimpiade approda a Roma, nel 1960. Un’edizione per niente fortunata visto che perdiamo in semifinale contro la Jugoslavia, peraltro come ad Amsterdam dopo una partita giocata bene e che meritavamo di vincere, eliminati crudelmente dal sorteggio che risolve l’1-1 finale quando ancora non si tiravano i rigori per decidere la qualificazione. Succede a Napoli, e impariamo la lezione: otto anni dopo un altro sorteggio, dopo un’altra semifinale pareggiata, ci schiuderà le porte alla finale (doppia) del nostro primo e unico titolo europeo, ma questa è – come si dice – un’altra storia.
Durante il torneo olimpico il Milan acquista, proprio per girarlo all’Alessandria, il centravanti Giovanni Fanello, che stabilirà subito un record nel campionato di B segnando 26 gol in 38 partite, mentre fa la strada opposta Gianni Rivera, dopo aver esordito quindicenne e appena disputato l’ultimo campionato in A della storia grigia. La gloriosissima Pro Vercelli, con i suoi sette scudetti e con la leggenda del capitano Milano I che si rimboccava le maniche per chiamare i suoi all’assalto, non vede la massima divisione dal 1935, i nerostellati del paese di Casale dalla stagione ancora precedente.
Gianni Rivera nei giorni dell’Olimpiade romana ha 17 anni ed è la stella indiscussa della squadra olimpica, in cui non mancano i futuri campioni, dal Trap a Giacomino Bulgarelli, da Tarcisio Burgnich a Giorgio Ferrini.
Inizialmente si pensa addirittura di schierarlo centravanti, anche se usa la testa più per pensare che per colpire il pallone, come scrive Brera (che non lo ha ancora ribattezzato “abatino”). Poi si sceglie di farlo partire all’ala destra con licenza di rientrare e tirare in porta.
Rivera e Fanello segnano tre dei quattro gol nell’esordio vittorioso contro Taiwan, il ragazzo di Valle San Bartolomeo aggiunge un’altra rete quando battiamo 3-1 il Brasile. Peccato per Fanello escluso dalla formazione della semifinale, magari avrebbe potuto risolverla lui contro i futuri campioni.

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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