Storia olimpica e boicottaggi

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Photo by Farzad Mohsenvand on Unsplash

È indubbio che la decisione di rimandare le Olimpiadi di Tokyo 2020 all’anno prossimo sia stata, nonostante tutto, quella più sensata. Tralasciando le implicazioni legali, economiche e sportive che ciò comporta, di fronte alla pandemia che sta agitando il mondo non poteva che essere altrimenti.
O no?
C’è da dire che siamo di fronte ad una decisione che non ha precedenti nella storia dei Giochi: in passato è capitato che delle edizioni saltassero, ma sempre e solo di fronte a fenomeni come la guerra – che nell’antica Grecia, invece, veniva sospesa proprio in occasione dei Giochi. I tempi cambiano.
Non è mai successo che altri fattori fermassero le Olimpiadi, nonostante tutto. E fa pensare che il rinvio di Tokyo 2020 sia comunque dovuto, al di là del buon senso a cui tutti gli Stati hanno fatto appello, ad una minaccia più concreta come il mancato invio di atleti e squadre.
È indubbio infatti che sul posticipo dell’edizione di quest’anno abbiano influito anche e soprattutto le decisioni di Canada e Australia di non mandare i propri atleti a Tokyo, nel caso in cui la manifestazione si fosse comunque tenuta. Un’iniziativa, questa, che unita alle proteste di vari enti sportivi internazionali avrebbe probabilmente avuto un effetto domino, alimentato dall’incertezza della diffusione della pandemia di COVID-19. Non è difficile immaginare che molte altre delegazioni ne avrebbero seguito l’esempio rendendo, di fatto, Tokyo 2020 un’edizione quasi falsata, o comunque non avvincente come le precedenti. Un danno di immagine, legale ed economico non da poco.
Non a caso, la cancellazione non è mai stata davvero presa in considerazione e il rinvio era l’opzione più ovvia – bisognava solo capire di quanto tempo. Tokyo si conferma, di conseguenza, una “prima” sotto molti aspetti.
Possiamo chiamare l’azione di Canada e Australia una sorta di boicottaggio? In un certo senso, sì. Un boicottaggio che però questa volta ha avuto il risultato che si sperava: in passato infatti le azioni di protesta non hanno mai avuto modo di fermare le Olimpiadi. Nemmeno gli attentati, volendo, se si pensa a Monaco ’72 o Atlanta ’96.
Le proteste e le decisioni attuate “contro” il vero spirito dei Giochi, se così vogliamo definirle, sono sempre state spinte da motivazioni politiche ed etiche – alla faccia dello spirito decoubertiano.
Le prime avvennero anche abbastanza presto – nel primo dopoguerra, quando il CIO decise di non invitare alle Olimpiadi del 1920 (ad Anversa) Germania, Austria, Ungheria, Bulgaria e Turchia, uscite sconfitte dal conflitto. Lo stesso De Coubertin si rendeva conto che sarebbe stato rischioso far sfilare ad Anversa le squadre di coloro che, come i tedeschi, erano stati gli invasori del Belgio proprio durante il primo conflitto mondiale.
La Germania non venne inoltre invitata nel 1924, facendo il proprio rientro nelle nazioni olimpiche nel 1928 – per rimanerne poi esclusa nuovamente a Londra 1948 assieme al Giappone, mentre all’Italia fu permesso di partecipare, complice la firma dell’armistizio avvenuta, come sappiamo, nel 1943.
È da notare come in aggiunta a queste esclusioni (“non inviti”) ed inclusioni l’Unione Sovietica si rifiutò sempre di mandare i propri atleti, entrando a far parte delle nazioni olimpiche solo nel 1952 a Helsinki.
Proprio l’Unione causò il vero e proprio primo boicottaggio dei Giochi nell’edizione seguente al proprio ingresso, ovvero Melbourne 1956: Olanda, Spagna e Svizzera si ritirarono per protesta verso l’invasione dei sovietici ai danni dell’Ungheria. Ma nella stessa occasione Egitto, Libano e Iraq rinunciarono in segno di opposizione all’insediamento da parte di Israele nella penisola del Sinai, che fu alla base della crisi del canale di Suez.
Si può dire che Melbourne fece un po’ da spartiacque, rendendo ancora più palese la difficile separazione tra sport, politica e società, che si incrinò ulteriormente negli anni a seguire.

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Photo by Obed Hernández on Unsplash

Sia Tokyo 1964 che Messico 1968 registrarono infatti altri importanti casi di boicottaggio. Nella prima, il Sudafrica risultò escluso dalla partecipazione a causa dell’Apartheid che vi vigeva e contro il quale si erano sollevate molte nazioni africane, nonché quelle del blocco comunista. Un esilio che vede la nazione raggiungere le sorelle olimpiche solo dopo l’abrogazione del regime, nel 1992 a Barcellona. A Messico ’68 le rivendicazioni furono invece esterne: prima dell’evento, a Città del Messico manifestazioni di studenti agitarono le vie per protestare contro le ingenti spese cui era andato incontro il governo per organizzare l’Olimpiade, nonostante i gravi problemi economici del paese. Un leitmotiv, questo, non lontano da eventi come ad esempio la stessa Rio 2016.
Nel caso di Messico 1968 va sottolineato come queste proteste trovarono un climax nella Massacro di Tlatelolco (o massacro di Piazza delle tre culture, Città del Messico), avvenuto il 2 Ottobre 1968, in cui rimase coinvolta anche la nostra giornalista Oriana Fallaci, che nonostante le ferite riportate fu in grado di lasciarci un’importante testimonianza.
Fu sempre a Messico ’68, tra gli episodi controversi, la premiazione dei 200 metri piani dell’atletica con il saluto di Smith e Carlos per denunciare il razzismo e le repressioni degli afroamericani, a cui unirono l’ascolto dell’inno statunitense a capo chino, sempre per protesta.
A loro si unì il secondo classificato Peter Norman, australiano attivista per i diritti umani che in quell’occasione sfoggiò una spilla dell’’Olympic Project for Human Rights. La storia dell’australiano dopo quel gesto prese una piega infelice, sempre per motivi politici: fu duramente condannato dai media australiani, boicottato nelle sue possibili partecipazioni alle edizioni olimpiche seguenti, escluso da incarichi di rappresentanza come a Sydney 2000 (pur essendo il velocista australiano migliore di sempre) e solo nel 2012, ben sei anni dopo la sua morte, ha avuto dal Parlamento il riconoscimento, sportivo e umano, che meritava.
Una vicenda simile a quella di Věra Čáslavská che nella stessa edizione, durante la premiazione per l’oro nel corpo libero vinto a pari merito con la sovietica Larisa Petrik, ascoltò l’inno dell’URSS a capo chino per protestare contro l’invasione del paese ai danni della Cecoslovacchia. Dopo quella presa di posizione, le fu impedito di gareggiare per dodici anni, facendo di Messico ’68 il suo ritiro dalle competizioni. Una “censura” che si è protratta per molti anni anche nella sua carriera extra-sportiva, come per Norman, tra divieti di pubblicazione della sua autobiografia, di presenziare o addirittura di lavorare ad eventi sportivi ufficiali.

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Photo by Joshua Chua on Unsplash

Gli anni ’70 e gli anni ’80 fecero da cornice ai boicottaggi più esemplari, che inficiarono le edizioni di Montréal ’76, Mosca ’80 e Los Angeles ’84 – complici, manco a dirlo, gli anni più intensi della Guerra Fredda.
Come abbiamo visto, a Montréal l’edizione fu marcata dall’assenza degli atleti di ben 27 paesi africani, a cui si aggiunsero l’Iraq e la Guyana. Si trattò di una decisione presa contro la Nuova Zelanda, rea, tramite la propria squadra di rugby, di essersi recata in Sudafrica e di aver disputato partite unicamente contro squadre composte da bianchi, nonostante il boicottaggio sportivo in atto.
Nel 1980 la sede designata dei Giochi Olimpici era Mosca, cuore del blocco sovietico e comunista. Cogliendo come pretesto l’insediamento dell’URSS in Afghanistan sul finire del 1979, il presidente americano Jimmy Carter fece del boicottaggio dell’Olimpiade un elemento chiave della propria politica, dando ai “rivali” l’ultimatum di ritirare le truppe entro Giugno, pena la non partecipazione degli USA ai Giochi. Una decisione che poteva contare sulle rivendicazioni delle associazioni umanitarie, che già da tempo protestavano e invocavano il sabotaggio contro la costante violazione dei diritti umani da parte dell’URSS, e che ebbe una risposta disomogenea da parte del mondo occidentale. Nonostante l’appello degli USA agli accordi internazionali tra gli Alleati, la decisione finale oscillò tra i governi e i comitati olimpici dei singoli Stati. Le conseguenze furono fu comunque notevoli: risultarono assenti USA, Cina, Germania Ovest e altre nazioni, per un totale di sessantacinque defezioni. Alcuni Stati semplicemente non mandarono gli atleti appartenenti all’arma, con i civili che presero parte alle competizioni senza bandiera né inno nazionale, ma sotto le insegne del CIO. In altri casi, come il Regno Unito, solo alcune discipline parteciparono al boicottaggio (tra queste, gli atleti della squadra equestre e dell’hockey).
In questa occasione però ci si spinse oltre: si arrivò addirittura a organizzare i giochi alternativi o Liberty Bell Classic a Filadelfia, con ventinove tra i paesi boicottatori.
La situazione prevedibilmente si ripropose, ribaltata, nel 1984 a Los Angeles. Qui fu ovviamente l’URSS a disertare assieme ad altre quindici nazioni, e a rendersi protagonista dei Giochi dell’Amicizia che si tennero in nove dei Paesi rinunciatari e con ventidue discipline olimpiche.

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Photo by Alejandro Luengo on Unsplash

Si può dire che solo gli anni ’90, con la loro trasformazione sociale, economica e politica, svolgano il loro effetto anche sulle Olimpiadi: è da qui, infatti, che l’assetto dei partecipanti si assestò in una sorta di equilibrio.
Fino a Pechino 2008, quando il termine boicottaggio tornò a farsi sentire in risposta alla politica cinese in materia di diritti umani e religiosi. Tibet, Darfur e la crisi del Sudan sono tra i vari motivi politici che portarono personaggi illustri come il principe Carlo a disertare la cerimonia di apertura, o Steven Spielberg ad abbandonare la consulenza artistica prevista per quest’ultima e per quella di chiusura (parleremo anche di questo). Si aggiunsero polemiche di stampo sportivo: il tasso di inquinamento presente nel Paese, ad esempio, assieme a questioni climatiche che rischiarono di mettere a repentaglio lo svolgimento di alcune gare. La diserzione maggiore fu quella del primatista mondiale della maratona, Haile Gebrselassie, ma di per sé  i Giochi ebbero il loro normale corso.
Da allora, solo Rio 2016 si è fatta portavoce di questioni sociali, con i movimenti di protesta che hanno attaccato le principali iniziative sportive internazionali assegnate al Brasile come paese organizzatore.
Per arrivare infine a Tokyo 2020, il cui “boicottaggio” ha però per la prima volta messo d’accordo tutti nell’ interesse di tutti, come lo sport dovrebbe sempre fare.

Miss Verde

Autore: Micky

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5 pensieri riguardo “Storia olimpica e boicottaggi”

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