“L’ultima estate di Berlino”, un romanzo di Federico Buffa e Paolo Frusca

La mia copia autografata

Da quando Sky lo ha fatto uscire dalla cabina di commento della NBA e lo ha proiettato nei suoi studi televisivi, e lui ha colto la palla al balzo per diventare anche un formidabile performer teatrale, Federico Buffa è il volto dello storytelling sportivo in Italia. Quando poi incontra il giusto “partner in narrative”, ecco che la sua avvolgente maestria si traspone efficacemente anche su carta.

Quando si parla di Olimpiadi, e di una in particolare, il partner di Buffa è lo scrittore bresciano Paolo Frusca. Fondendo le loro unicità per dar vita a un’entità storico-giornalistico-romanzesca, Buffa e Frusca nel 2015 hanno scritto “L’ultima estate di Berlino”, edito da Rizzoli e basato sullo spettacolo teatrale “Le Olimpiadi del 1936” (di cui gli stessi Buffa e Frusca erano stati co-autori, e Buffa narratore sul palco). Lo spettacolo lo andai a vedere, al Menotti di Milano: i 27 euro meglio spesi della mia vita. Il libro lo andai a comprare direttamente alla presentazione, in una libreria Feltrinelli, riuscendo a strappare pure la dedica autografata degli autori.

Berlino ’36. Non certo un’Olimpiade a caso, se il tuo compito è estrarre storie. E Storia. I Giochi che hanno aperto la strada alla maestosità delle Olimpiadi moderne, un tripudio di organizzazione per promuovere l’immagine della “grande Germania” hitleriana. Tripudio immortalato anche dalla pellicola Olympia della regista Leni Riefenstahl, una che la maestosità la incarnava pienamente, con la sua arte e la sua personalità.
Ma furono anche i Giochi delle piccole grandi perle di umanità incastonate nel vortice di nazionalismi, imperialismi e razzismi che imperversava allora. Il rispetto e l’amicizia tra lo sprinter americano (di colore) Jesse Owens e il saltatore tedesco (pura razza ariana) Lutz Long. Gli strozzati aneliti di libertà del maratoneta giapponese Son Kitei, che in realtà si chiamava Sohn Kee-Chung ed era coreano ma non lo poteva dire troppo apertamente. Le serate clandestine ricche di melting pot e “musica nera” nei sobborghi di Berlino, spazzate poi via dallo schiocco finale di quel circoscritto periodo di internazionalità a cinque cerchi.

Il duo Buffa-Frusca ci narra questo e tanto, tantissimo altro, attraverso un doppio punto di vista. I due grandi punti di vista da cui si poteva vedere da vicino un evento del genere. Quello di un acuto osservatore appartenente al “mondo democratico” e quello di un membro dell’apparato germanico. Il primo è il giornalista americano Dale Warren, personaggio di fantasia ma verosimile: portavoce di chi, venendo da fuori, penetra in quelle storie olimpiche e umane con l’occhio di chi sa bene in che direzione sta andando il mondo e in che direzione invece dovrebbe andare. Il secondo, seppur un po’ romanzato, è un personaggio reale: Wolfgang Fürstner, comandante del villaggio olimpico, la cui carriera, anzi la cui vita, viene sconvolta quando qualcuno scopre le sue origini ebree. Due percorsi, quelli di Warren e Fürstner, sviluppati in parallelo, giustapposti e frapposti, per mostrarci vividamente le vicende, le atmosfere, gli uomini, le donne e le riflessioni (talora disarmanti) che costituiscono la complessa trama di Berlino ’36.
Due personaggi, molteplici storie. A cui corrispondono due differenti stili di scrittura adottati dagli autori. Più sereno, lineare, ampio e saggistico, nelle parti del libro legate a Warren, che con la sua lente giornalistica analizza ciò che accade e accadrà, affiancato dall’affascinante e frizzante Eleanor Holm (che alle Olimpiadi avrebbe dovuto partecipare da nuotatrice, ma le sue sbronze sulla nave verso l’Europa le costarono la sospensione). Uno stile più stringato, spezzettato e inquieto è quello invece usato per raccontare il dramma di Fürstner, sempre più alienato dal suo ruolo e dal mondo intorno a sé, tanto che… beh, non vorrete mica che vi sveli il finale?

No, ma vi accenno il post-finale. Una rassegna, non più romanzesca ma giornalistica, delle sorti dei personaggi – anche quelli “secondari”, che altro non sono che i protagonisti delle proprie esistenze, fondamentali tasselli nel mosaico della Storia – dopo quel 1936. Un’appendice di destini, che va a completare questo bel romanzo storico-sportivo chiamato “L’ultima estate di Berlino”.

Mister Giallo

2 pensieri riguardo ““L’ultima estate di Berlino”, un romanzo di Federico Buffa e Paolo Frusca”

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