Il saluto di Helene e un podio scomodo

Ci sono stati boicottaggi di nazioni, come raccontato, anche qualche boicottaggio individuale su cui ci si è interrogati, il più celebre di certo quello di Lew Alcindor, che noi conosciamo come Kareem Abdul-Jabbar (e chi scrive lo considera ottimo candidato per il più grande cestista di sempre), che come Smith e Carlos era legato al professor Harry Edwards e al suo Olympic Project for Human Rights e che scelse di non andare a Messico ’68.
Però c’è un solo caso eclatante di interrogativi suscitati dalla partecipazione, non dal rifiuto di gareggiare di un’atleta.

Una donna germanica regale sul podio, vestita di bianco, perfetta postura, lo sguardo determinato. Il braccio allungato in un forte, sicuro saluto nazista.

Così la descrive il Guardian in un articolo del 2016.
Bellissima, le trecce bionde, un fisico statuario, tecnicamente perfetta, aggraziata e veloce come pochissimi schermitori (di sempre, eh, non del suo tempo), probabilmente la campionessa più nota del suo paese alla fine degli anni venti (non ancora diciottenne aveva vinto l’oro ad Amsterdam nel ‘28), insomma la perfetta espressione dell’atleta ariana, Helene Mayer aveva solo un difetto, intollerabile per il regime: era figlia di un ebreo.
Il suo difetto diventò, beffardamente, un pregio nel momento in cui di fronte alle minacce di boicottaggio, gli organizzatori decisero di inserire nella squadra uno (uno solo, sia chiaro) atleta non ariano. La scelta cadde su di lei, la richiamarono dagli Stati Uniti dove stava da diversi anni, dopo l’espulsione dal circolo di scherma della sua città e la perdita di quasi tutti i diritti civili. La schermitrice rispose.


Era un podio intollerabile per Hitler, quello del fioretto, unica gara per le donne mentre gli uomini si affrontavano anche nella spada e nella sciabola. Dopo una finale entusiasmante Helene aveva perso contro Ilona Elek, ungherese, lei pure per metà di religione ebraica. Sarà nuovamente campionessa all’Olimpiade di Londra del 1948 Elek, quarantunenne, la quinta consecutiva medaglia d’oro ebraica nella specialità. E completava il podio di Berlino Ellen Preis, la campionessa uscente, nata proprio a Berlino ma in gara per l’Austria dove s’era trasferita nel ‘30. Indovinate? Lei pure ebrea.

Chi ha girato un documentario su Helene, Semyon Pinkhasov (la definisce “egoista” ma anche “la più grande schermitrice del XX secolo”) e chi ne ha scritto come Milly Mogulof, sostiene che accettò di partecipare per l’enorme desiderio di ritrovare la gloria del passato. Mogulof racconta un episodio: dopo la vittoria, sempre per la Germania, ai campionati internazionali di Parigi del ‘37, Mayer chiese a un amico: “allora cosa hanno scritto di me i giornali?” Quando le venne risposto: “niente”, finalmente capì che le conveniva restare in America. Potè tornare in Germania solo all’inizio degli anni ’50, e lì morì giovanissima per un cancro.

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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