Lo scienziato e il campione

Attilio_PavesiSovente si usa con troppa enfasi l’espressione “vita come un romanzo” ma di certo così non è per Attilio Pavesi, primo italiano a vincere la medaglia d’oro del ciclismo su strada, all’epoca (parliamo dell’Olimpiade di Los Angeles del 1932) assegnata con una cronometro di ben 100 chilometri, distanza “ragionevole rispetto ai 169 di Amsterdam 1928, ai 188 di Parigi 1924 e ai 175 di Anversa 1920” e con quello individuale anche l’oro a squadre.

Novecento. Nasce nel 1910. Come scrive il grande Marco Pastonesi: “Attilio come il primo nome del secondo figlio e il secondo nome del settimo (uno di due gemelli), Adolfo come il primo nome del terzo figlio. La fantasia non era il loro forte, il lavoro sì. Babbo Angelo faceva il pollivendolo, mamma Maria figurava come massaia però, tra un parto e l’altro, fabbricava stoffe, sgobbava nei campi anche come mondina e faceva da balia.” Da bambino lo mandavano a fare le commissioni per una famiglia che d’estate torna a Caorso, provincia di Piacenza, il padre ferroviere il figlio uno di quei ragazzi così intelligenti che a costo di sacrifici lo dovevi fare studiare. Il figlio dei Fermi: si chiamava Enrico. Attilio quelle commissioni andava a farle in bicicletta, ancora non era partito che già era di ritorno. D’altronde in tutti gli sport eccelleva, Attilio, quasi quanto Enrico eccelleva nella matematica.

Ventura e Panisperna. La prova su strada di Los Angeles 1932 fu corsa in uno scenario californiano da film, Moorpark nella contea di Ventura lungo la Los Angeles Avenue, la Pacific Coast Highway in un tratto allora intitolato a Theodore Roosevelt e Vineyard Avenue fino all’arrivo di fronte alla spiaggia di Santa Monica. Attilio deve fare la riserva, il cambiamento di programma dopo la lunga traversata in mare, lui sbarca più in forma di tutti, non ha sofferto il mal di mare. Durante la gara ne supera tanti partiti prima di lui, riprende anche il campione in carica: “E siccome mi s’incollò alla ruota, prima gli gridai lassam passà, poi gli mostrai i pugni“. Insieme a Pavesi vincono la prova a squadre Guglielmo Segato, anche argento nella corsa in linea e Giuseppe Olmo, il corridore di Celle Ligure che diventerà industriale della bicicletta. Intanto Enrico coagula attorno a sé quello che è il più eccezionale gruppo di ricercatori scientifici nella storia del nostro Paese, i ragazzi di via Panisperna. Fermi (non ancora quarantenne) “vince” il premio Nobel quando il suo amico dell’infanzia piacentina ha già lasciato l’Italia, anche Enrico lo deve fare perché nel buio 1938 in Italia si stigmatizzava la sua “imperfezione razziale”.

Italiano d’Argentina. Lo ingaggiano per una 6 giorni a Buenos Aires nel 1937, un tal Pedro Fiore, torinese come tantissimi nostri connazionali andato a cercare fortuna là. Attilio Pavesi capisce che le cose in Italia si stanno mettendo male, un mestiere ce l’ha, quando smette di pedalare il negozio di biciclette, i figli Patricia e Claudio, le nipoti Regina e Victoria, italiani d’Argentina (e noi, per rispondere al quesito della canzone di Fossati, li sentiamo da qui). Enrico invece sceglie il Nord America, e il progetto Manhattan che cambiò il destino del pianeta non si sarebbe sviluppato senza la sua scienza.
Nel 2010 Attilio Pavesi taglia un altro traguardo che pochi si permettono, compie i 100 anni, lo fa (ci affidiamo di nuovo alla penna di Pastonesi) “a San Miguel, una sessantina di chilometri da Buenos Aires, vive in una casa di riposo per anziani. Alterna momenti di lucidità ad altri di distrazione e stanchezza. La memoria sulla sua preistoria e sul suo medioevo è forte, sull’attualità vacilla. “Otto anni fa gli dissero che gli restava poco da campare. Pavesi tornò a Caorso e organizzò l’ultima cena per dare l’addio ad amici e parenti“.

 

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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