Gli ori della regina dei boschi

Olimpiadi. Con lei sì si può usare il plurale. Plurale maiestatis anzi plurale olimpionico. Due edizioni due vittorie. Atlanta e Sydney dall’America all’Australia. In mountain bike. Passando per il mondo delle ruote grasse. Tutte le più importanti competizioni “rampichine” (così si chiamava la sua prima mtb, una Rampichino) Paola le ha corse e quasi tutte le ha vinte. 

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Luciana e Paola, una profonda amicizia

Così inizia il racconto di Luciana, e che il rapporto tra Paola e Luciana sia umano, di profonda amicizia, prima che professionale, si capisce da come le parole di una portino naturalmente alle memorie dell’altra.
Luciana è Luciana Rota (“Rotina” nell’affettuoso soprannome che le affibbiò Candido Cannavò, mitico direttore della “rosea”), giornalista, grande appassionata ed esperta di sport (non solo ciclismo ma per esempio anche l’equitazione), che ha affiancato Paola praticamente appena tagliato il traguardo di Atlanta, e poi nella lunga (e non facile) preparazione di Sydney.
Paola, bè, è “la regina dei boschi” Paola Pezzo, una di cui le avversarie ad Atlanta e a Sydney hanno al massimo potuto leggere il numero che portava attaccato sulla schiena, ché di superarla non c’era proprio verso.


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Ciclismo per molte edizioni dei Giochi ha voluto dire pista, con tante soddisfazioni per noi, e strada, una delle gare per tradizione disputate fuori da stadi, piste (e velodromi), talvolta in posti pieni di fascino, fino a Rio 2016 con quella partenza dalla spiaggia di Copacabana, ma anche con quella maledetta curva in discesa in mezzo alla vegetazione costata un probabile oro a Vincenzo Nibali e che poteva costare ben più caro alla olandese van Vleuten che ci spaventò parecchio nelle immagini televisive, il corpo là per terra in una posa innaturale, inanimata (per fortuna supererà positivamente l’incidente che l’ha comunque privata di una certa vittoria). Una curva in discesa, lo sappiamo, è anche stata fatale a un nostro campione, Fabio Casartelli caduto durante un Tour sui Pirenei pochi anni dopo la magnifica vittoria di Barcellona 1992, e proprio a lui andó la dedica della vittoria di Paola Pezzo alla Olimpiade del 1996.
A proposito di posti affascinanti, non è certo banale vincere un oro correndo tra la contea di Ventura e la spiaggia di Santa Monica, come successe a Attilio Pavesi (per cui davvero si può scrivere che “la sua vita è stata come un romanzo”).
Dal 1996 oltre che su strada si iniziò ad andare anche fuori strada, con quello che si chiama “cross country” ma di solito citiamo come “mountain bike”. E per due edizioni dei Giochi a mettere in fila tutti ci pensò la schietta ragazza bionda della provincia di Verona.

“Ho sempre avuto le idee chiare. Se mi fissavo un obiettivo quello era. Mi piaceva fare sci di fondo, ma poco a poco mi sono innamorata anche della mountain bike. Andare ad allenarmi nei boschi, imparare a mettere la ruota dove non è pericoloso, arrampicare un po’ e scegliere le traiettorie giuste” ci racconta Paola Pezzo, dalla scelta di ripiego quando mancò la selezione nella nazionale di fondo, alla solitudine degli allenamenti nei boschi, lei di Bosco Chiesanuova (un destino nel nome del paese veronese, ai piedi dei monti Lessini, si direbbe) o alle volate con l’inseparabile Rampichino per raggiungere Verona, cuoca in una mensa con un grande sogno in mente.
Due edizioni di Giochi Olimpici, due medaglie d’oro. Quando è arrivato il primo successo, Atlanta ‘96, è scoppiato il finimondo: “Non sapevamo più come fare, per rispondere a tutte le interviste. Un successo che non mi aspettavo forse ma che ho sognato tante volte, ho fatto fatica per costruirlo. Un riscatto, una preghiera profonda che si avvera e significa tantissimo per me, per il mio paese, la mia famiglia, per mio padre, quell’uomo che mi salvò da una vita senza sport.”
Finimondo e infinite visioni di una immagine in particolare, la zip della maglia calata e un generoso décolleté in mondovisione, ne ridono ancora Paola e Luciana: “Tutte avevano giù la zip, io ero in testa perché ero davanti a tutte… e faceva caldo“. Lei che invece di parlare di scollature vorrebbe spiegare il segno della croce quando taglia il traguardo: “ho una fede profonda, l’ho sempre avuta, ho sempre corso con una madonnina fissata sulla bicicletta”. Come se spirito olimpico e Spirito Santo siano collegati, e per Paola è così: “ci sono cose che non si spiegano facilmente ma spero con quel gesto per me spontaneo di aver trasmesso il valore della conquista di un successo non fine a se stesso”.

Con la fama è aumentata la voglia di vincere tutto per una che veniva paragonata a Merckx ma che aveva come idolo Coppi: “la notorietà mi ha fatto piacere fino a un certo punto, mi divertivo a sfogliare le riviste piene di foto, mi piaceva trovare le immagini di me in in gara o su un traguardo, un po’ meno dedicarmi ai servizi fotografici che mi stancavano più degli allenamenti, con i fotografi che non la finivano mai”.
Anche se Paola ama più il gesto atletico che il contorno, non le è venuta meno la passione per le belle cose: “per la femminilità, ad esempio, sin dalle prime volte negli Stati Uniti mi sono accorta che le ragazze che facevano il mio sport non badavano tanto all’immagine, invece a me piaceva, mi piaceva pitturarmi le unghie con i colori della maglia, essere a posto. Dicevo fra me e me: se a vincere è una bella ragazza tanto di guadagnato” e l’attenzione ai particolari: “era bello curare tutto, dalla bici – e avevo il mio super staff personale – all’abbigliamento, e sono riuscita ad avere la mia griffe anche lì, Primadonna by Paola Pezzo. Abbiamo inventato il body d’oro per finirla lì con il tormentone della zip calata, così alla gara di San Francisco in coppa del mondo mi chiamavano Goldengirl e tutte volevano il body d’oro come me: per trovare il punto giusto di oro sul tessuto tecnico ho fatto impazzire il produttore, ma alla fine che bello!”

pezzovaUna attenzione ai particolari (e una vivacità del suo gruppo) che, secondo Luciana, la avvicina a un altro campionissimo del nostro sport come Valentino Rossi, con staff della numero uno (dopo Atlanta Paola Pezzo è stata a lungo imbattibile) organizzato a sua immagine e somiglianza, dal meccanico, al massaggiatore, all’addetto stampa, e in cabina di regia tecnica  Paolo Rosola, ex professionista di ciclismo (“cavallo pazzo” delle volate degli anni ottanta e novanta), con l’esperienza del direttore sportivo di un team professionistico. Rosola aveva messo a punto tutto. Ci si muoveva per il mondo con una monovolume che più colorata non si può e un’officina meccanica mobile, raccontano: allenamenti, gare, conferenze stampa, tabelle, alimentazione curatissima e sempre l’immancabile moka per il caffè buono da fare due volte al giorno, la pasta e il grana e “il cioccolato come premio! Ero e sono golosa, ma non si poteva sgarrare mai… solo che qualche volta me lo concedevo eccome”. Come quella volta che in Sardegna: “ricordo un periodo di allenamento durissimo nella fantastica Gallura, eravamo fuori stagione, a febbraio marzo, al posto della California abbiamo deciso di prepararci lì, coccolati come dei principi io e il mio staff, ma c’era poco da divertirsi perché facevo allenamenti durissimi, in salita, dietro motori, e un giorno per convincermi a non mollare Paolo mi promise un pezzo di cioccolato in cima alla salita, a Tempio Pausania. Solo per quello ho tenuto duro.”
Allenamenti che in vista di Sydney per Paola, da sempre nemica del fuso, cambiano pure orario: “Ho preparato quell’edizione con ancora più caparbietà se possibile. Soffrivo molto il fuso orario quando gareggiavo all’estero, così ci siamo organizzati l’ultimo mese prima di Sydney con allenamenti notturni, per abituare il mio fisico e anche la testa a fare fatica all’ora giusta in cui avrei corso la mia gara olimpica Gli ultimi tempi eravamo in ritiro a Salice Terme in provincia di Pavia e uscivamo nella notte, per sentieri, con Paolo sulla moto a farmi la luce.”
Una vittoria con meno vantaggio, quella del 2000, una trentina di secondi rispetto al minuto e passa di Atlanta, conquistata con una grinta in cui sono emersi tutto il suo amore per lo sport, il sogno olimpico, la capacità di fare fatica dalla mattina alla sera: in questi giorni di quarantena Paola, una vita e due bei figli insieme a Paolo Rosola, sempre un grande amore per la vita all’aria aperta, pur di fare fatica stando a casa s’è presa uno scampolo di giardino e, mi dice Luciana, “lo lavora come… una Pezzo”: con l’impegno e la determinazione della “regina dei boschi”.

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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