Un Paese, un indumento: le Bermuda in bermuda

Cerimonia d’apertura dei Giochi invernali di Vancouver 2010. Foto tratta da Wikipedia

In ogni cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, arriva il momento topico della sfilata delle nazioni partecipanti, tripudio di colori e fisionomie. Ogni delegazione che passa è come un viaggio tra luoghi e culture, tutte condensate in uno stadio. Nell’immaginario di chi guarda, chi più chi meno, serpeggia la curiosità sul vestiario degli atleti dei vari Paesi. E c’è un momento, collocato intorno alla ventesima posizione nell’ordine di comparsa, che è un’assoluta certezza: le Bermuda in bermuda.

Come biasimare, del resto. Se c’è qualcosa che rende familiare e utilizzato in tutto il mondo il nome di questo isolato staterello, oltre al famigerato “triangolo” (che pare sia un falso mito, oltretutto) e al suo status di paradiso fiscale, sono proprio gli indossatissimi pantaloni corti. Capo di vestiario da climi caldi, che noi siamo abituati a categorizzare come casual, ma che alle Bermuda rappresenta un’alternativa persino preferibile al pantalone lungo: calza al ginocchio, camicia, giacca e cravatta… e bermuda! Questo da quando, durante la Prima Guerra Mondiale, il bermudiano Nathanial Coxon, proprietario di una sala da tè molto frequentata dalla marina britannica (che utilizzava le Bermuda come base strategica) decise di dare letteralmente un taglio ai pantaloni lunghi indossati dai suoi dipendenti, “dimezzandoli” poco sopra il ginocchio. Un’idea creativa per dare sollievo a chi doveva lavorare ad alte temperature, come quelle di un’affollata sala da tè di un territorio subtropicale nell’oceano Atlantico. Un’idea che piacque molto a un cliente abituale di Coxon, il Retroammiraglio Mason Berridge, che diffuse quei pantaloni corti nel suo esercito, in caso di impegni in Paesi tropicali e desertici. In pochi anni i bermuda, così chiamati dallo stesso Berridge, divennero indumento nazionale nel piccolo arcipelago, mentre nel corso del XX secolo sarebbero entrati nella vita – e attorno al girovita – di tutti noi.
Le Bermuda, scoperte nel 1503 dallo spagnolo Juan de Bermudez (ok, abbiamo capito da dove proviene il nome) furono poi colonizzate dai sudditi di Sua Maestà a partire dal 1609, quando una flotta inglese diretta in Virginia fece naufragio e i superstiti trovarono la salvezza e un nuovo insediamento in quelle isole, la più grande delle quali ha una forma uncinata. In mezzo a questo isolone principale fu costruita nel 1790 Hamilton, divenuta capitale nel 1825. Tutt’oggi le Bermuda sono un dominio britannico d’oltremare, oscillante tra cultura british e Usa. Culture di cui rispecchiano ad esempio l’onomastica e la multietnicità, con nomi, cognomi e toponimi tipicamente anglosassoni e più di metà della popolazione di colore. Non essendo indipendenti, non fanno parte dell’ONU, dove sono ovviamente rappresentate dal Regno Unito, ma sono membro del CIO. Spesso è lo sport a “disegnare sulla mappa” le nazioni, al di là dell’effettiva indipendenza politica.


Il legame del Paese con la madrepatria si riflette anche sulla bandiera nazionale, in cui troneggia in alto a sinistra l’Union Jack, su un campo rosso. E rossi sono, non a caso, i bermuda con cui le Bermuda sfilano a ogni cerimonia d’apertura dei Giochi (anche di quelli invernali, pure con 2 gradi di temperatura). Le prime edizioni a cui parteciparono furono quelle di Berlino ’36, con 5 atleti. Da lì, non ne hanno saltata una, portando dai 3 (Melbourne ’56) ai 20 atleti (Barcellona ’92). Unica eccezione, Mosca ’80: le Bermuda aderirono al boicottaggio e non vi presero parte, virando sul Liberty Bell Classic, i “Giochi alternativi” organizzati dagli americani a Philadelphia. Scelta che può apparire scontata, ma non lo è così tanto se andiamo a vedere la scelta operata dal Regno Unito, che in URSS mandò 231 atleti scegliendo di gareggiare sotto la bandiera olimpica e senza inno nazionale (come fecero l’Italia e altre nazioni occidentali e anglosassoni).

In 18 partecipazioni totali alle Olimpiadi estive, è arrivata una sola medaglia: il terzo posto del pugile Clarence Hill nei pesi massimi a Montreal ’76. Unica, bronzea, ma a suo modo da record: le Bermuda sono il Paese più piccolo, a livello di popolazione (poco più di 53 mila abitanti nel 1976, oggi si attestano sui 70 mila) ad aver vinto una medaglia olimpica!* Un risultato non banale, anche per il personaggio che l’ha conseguita. Uno che nella vita si è fermato a più riprese – si perdoni il gergo giornalistico un po’ trito – a causa dei suoi demoni.
Il classe 1951 Hill, che a Montreal si arrese solo in semifinale al rumeno Mircea Simon dopo aver regolato per KO l’iraniano Parviz Badpa e ai punti il belga Raudy Gauwe, divenne professionista nel 1980 (ricordiamo che alle Olimpiadi nella boxe partecipa il circuito dilettanti). La sua buona carriera da pro terminò nel 1986, con un bilancio di 19 vittorie-1 pareggio-3 sconfitte. E non finì per sua volontà: a 35 anni, avrebbe avuto ancora voglia di combattere e inseguire un titolo, ma gli Usa, sede di alcuni tra i più importanti match mondiali, gli impedirono l’ingresso in territorio statunitense a causa di un paio di condanne per possesso di marijuana risalenti a quando era dilettante. Tanto valeva chiuderla lì.
Il ritiro dalla boxe fece crollare il mondo intorno a Hill, che peggiorò notevolmente il suo rapporto con le droghe, arrivando a divorziare dalla moglie e passare gran parte degli anni Novanta in carcere: fu arrestato infatti due volte, per possesso di cocaina prima e rapina a mano armata poi. Si sarebbe sempre sentito escluso e non aiutato dalle istituzioni delle Bermuda: a suo dire, i vertici del governo non lo vollero aiutare quando le sue dipendenze e difficoltà finanziarie avevano raggiunto il loro apice, mentre i vertici dello sport lo esclusero clamorosamente dall’Hall of Fame nazionale quando essa venne istituita nel 2004. Quest’ultimo aspetto fece scalpore e rinfocolò l’universale dibattito se sia giusto “ostracizzare” anche solo in parte l’immagine di un grande sportivo (ma vale per molti personaggi pubblici rilevanti, come gli artisti) a causa di vicende personali controverse.
Nella Hall of Hame delle Bermuda, ad ogni modo, Hill ci è entrato al “secondo tentativo”, nel 2005. Ma certe cicatrici, probabilmente, sono destinate a rimanere indelebili. Quelle di un ex pugile che ha contribuito a rendere il suo piccolo Paese un po’ meno piccolo, ma il cui riconoscimento pubblico resta legato a doppio filo ai suoi problemi fuori dal ring.

Passando ad oggi, le Bermuda hanno qualificato per Tokyo un’atleta: la cavallerizza Annabelle Collins, che col suo stallone di undici anni Joyero ha staccato il pass per la gara di dressage (una delle tre specialità dell’equitazione). Ma i percorsi di qualificazione di altre discipline sono ancora lunghi, e quando potranno riprendere dopo la pandemia le Bermuda potranno sperare di affiancare qualche altro atleta alla Collins nella cerimonia d’apertura, ricollocata al 23 luglio 2021. Le speranze sono riposte soprattutto su un’eccellenza bermudiana come la triathleta Flora Duffy, plurime volte record-woman e campionessa mondiale, nominata Ufficiale dell’Impero Britannico a novembre 2018: se centrasse la qualificazione per Tokyo, sarebbe la sua quarta Olimpiade.
Ancora in corsa per un posto al sol… levante oltre una decina di bermudiani nell’atletica. Si spazia dai veterani Tyrone Smith (salto in lungo) e Tre Houston (200 metri) alla giovanissima sprinter Caitlyn Bobb (400 metri, figlia di Dawnette Douglas che partecipò a Barcellona ’92 nei 100 e 200). Rimarrà sicuramente a bocca asciutta invece la vela, disciplina su cui le Bermuda di solito fanno affidamento per vedersi rappresentate alle Olimpiadi: complice anche la complessiva riduzione dei posti totali disponibili da 380 a 350, hanno mancato la qualificazione, tra gli uomini, Benn Smith e Rockal Evans, e tra le donne Cecilia Wollmann, che quattro anni fa riuscì a prender parte appena maggiorenne ai Giochi di Rio.
Chi (e se) di loro ce la farà, non lo possiamo sapere. Ma una cosa è certa: anche l’anno prossimo potremo ammirare in mondovisione l’eleganza di un bermuda rosso con calza lunga e blazer.  

*Il dato tiene conto delle sole Olimpiadi estive. Se ci si estende a quelle invernali, questo piccolo grande record appartiene al Liechtenstein, medagliato in 5 edizioni (con addirittura due ori a Lake Placid 1980).

Mister Giallo

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