La maratona delle ultime Olimpiadi in bianco e nero

montreal76La Rai, all’epoca monopolista, inizia a trasmettere a colori nel febbraio del ‘77, un ritardo decennale rispetto agli altri paesi europei. Il “partito” di chi si oppone alla tv a colori è variegato, da Ugo La Malfa (“Uno sperpero di denaro, una scelta superflua, un incentivo al consumismo e una spinta verso l’alto dell’inflazione. Il paese scoppia – aveva detto nel 1969 senza peraltro mai cambiare idea – non riesce a risolvere i suoi problemi di fondo. E gli vorremmo dare la televisione a colori!”) alla Cgil. Il primo grande test del colore, nel formato Pal preferito al francese Secam dopo dibattito interminabile, sono le Olimpiadi di Montreal del 1976.
Le vedo in Valsesia, nell’albergo dei miei amici c’è una tivù a colori. Mi riportano a casa il sabato 31 luglio, mi sono messo in mente che nel frattempo anche i miei l’abbiano comprata. Non è così. Vedo perciò la maratona che chiude il programma dell’atletica sul vecchio televisore in bianco e nero.

Cierpinski! Chi era costui?
Montreal è l’Olimpiade del boicottaggio dei paesi africani.
La maratona è infatti bianchissima, fa strano scorgere tra gli ottanta partenti non più di due tre corridori di colore.
Si corre in un paesaggio deprimente e, manco ci fosse di mezzo un Aigor, inizia pure a piovere.
Il favorito è il campione uscente Frank Shorter, tra l’altro il migliore amico di Prefontaine e l’ultimo ad averlo visto vivo. E poi: poi c’è Lasse Viren. L’enigmatico finlandese, riapparso quattro anni dopo la doppietta di Monaco, ha rivinto cinque e diecimila e all’ultimo si iscrive alla maratona sperando di ripetere l’impresa di Zatopek a Helsinki.
Shorter detesta una cosa: correre sotto la pioggia. Ciò nonostante stacca tutti, anche Viren, tutti tranne un tedesco orientale con una faccia da ‘Le vite degli altri’ che gli sta così addosso da innervosirlo sempre di più. Finché prende e se ne va attorno al chilometro trenta. Bisogna controllare sull’elenco degli iscritti a chi corrisponda il pettorale 51, quando entra nello stadio olimpico e non solo vince ma per stare tranquillo fa un giro di pista in più del previsto.
Si chiama Waldemar Cierpinski. Un aneddoto spiega benissimo come fosse considerato, anche nella DDR. Poche ore dopo, per motivare i propri compagni di squadra prima della finale di calcio contro la Polonia, il mitico portiere Croy dice loro: se un esempio vivente di mediocrità arriva a vincere la maratona, noi non possiamo perdere questa partita.
La storia del mediocre Cierpinski, peraltro, non finì quel giorno. A Mosca 1980 infatti rivinse la maratona, così che il suo nome sta a fianco di Abebe Bikila come l’unico capace del bis in una delle gare più affascinanti dei Giochi Olimpici.

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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