1940: Tokyo, l’Olimpiade soppressa

domenicacorriereIl 21 settembre del 1940, un sabato, due ufficiali canadesi senza esperienza specifica rimuovono una bomba inesplosa caduta in una fattoria del Surrey, ricevendone una decorazione militare britannica. Dal “Giorno dell’Aquila”, l’attacco aereo della Germania nazista alla Gran Bretagna, è passato poco più di un mese e sono 15.000 le tonnellate di bombe sganciate sull’Inghilterra. Il giorno dopo la tradizionale illustrazione di Beltrame sulla Domenica del Corriere racconta ‘La vittoriosa avanzata italiana oltre il confine della Cirenaica’, mentre il quotidiano apre a nove colonne con ‘50 tonnellate di esplosivo su Marsa Matruh’.
La Seconda Guerra Mondiale è in pieno svolgimento e con ogni probabilità nessuno ricorda più che proprio quel 21 settembre del 1940 avrebbero dovuto iniziare i giochi della XII Olimpiade.

Poster_Olympische_Sommerspiele_Tokio_1940La decisione di assegnare i giochi a Tokyo, prima città non occidentale scelta, era arrivata quattro anni prima, a margine dei giochi di Berlino, dopo una lunga fase di selezione in cui avevano concorso per l’assegnazione diverse altre città tra cui Roma. Il nostro appoggio, ottenuto quando Yotaro Sugimura, l’ambasciatore in Italia, e il conte Michimasa Soyeshima, membro del Comitato Olimpico, vennero a chiederlo direttamente al Duce, sarà importante per la scelta della città giapponese.
Già, ma quella Olimpiade non avrebbe dovuto disputarsi a Tokyo, bensì a Helsinki, e iniziare il 20 luglio. Cos’era successo nel frattempo?

Il Giappone degli anni trenta non si comportava in maniera molto differente dalla Germania nazista. Già nel 1931 l’incidente “mancese” aveva portato all’occupazione della Manciuria e alla creazione del governo fantoccio del Manciukuò, come abbiamo visto in ‘L’ultimo imperatore’ di Bernardo Bertolucci. Nel 1937, poi, era iniziata la guerra tra Cina (che la considera “di resistenza”) e il Giappone invasore.
Ancora nel marzo del ‘38 i giapponesi rassicuravano il Comitato Olimpico, anche se nel frattempo, per esempio, i generali chiedevano di costruire i vari impianti sportivi in legno perché i metalli erano più utili per lo sforzo bellico.
A quel punto le diplomazie erano attive a molti, differenti, livelli.
Il Presidente del Cio, conte Henri de Baillet-Latour, il successore del barone De Coubertin, aveva a spese dei giapponesi (e che spese!) già visitato Tokyo, trattenendosi per una ventina di giorni tra banchetti e ricevimenti, e richiesto uno stanziamento di un milione di yen (cinquecentomila dollari di allora) per visite ulteriori di membri del comitato. Intanto, già che c’era, aveva programmato un analogo “turismo” in direzione Helsinki.
Fu anche designato, per seguire i lavori di Tokyo, un tedesco che aveva avuto un ruolo importante nell’organizzazione dei giochi di Berlino, Werner Klingenberg, che visitò il vecchio Barone De Coubertin poco tempo prima della sua morte ottenendone un supporto entusiastico: “Il compito di organizzare i giochi della XII Olimpiade sarà il più grande mai assegnato a un Paese, e combinerà l’ellenismo, la preziosa antica civiltà europea e la raffinata arte e cultura asiatica”.
I lavori organizzativi proseguivano. Vennero completati il velodromo di Shibaura e il bacino di canottaggio di Toda, oltre a un gigantesco albergo con 650 camere, il più capiente di tutta l’Asia.  Lo stadio principale sarebbe dovuto essere il Meiji Jingu, che è tuttora utilizzato per il baseball, sport molto praticato in Giappone. Nel 1934 ci aveva giocato Babe Ruth.
Alcuni membri del CIO, intanto, parlavano di boicottaggio e spostamento di sede, tra questi i britannici e alcuni americani. Intervenne allora il solito Avery Brundage, lo statunitense con note simpatie naziste che già aveva salvato i giochi di Berlino, e che sarà il capo mondiale dei giochi olimpici fino agli anni settanta.

Harbig_15_luglio_1939Come per ogni Olimpiade la specialità “regina”, come si dice, sarebbe stata l’atletica leggera.
Noi avevamo grandi aspettative soprattutto da due atleti.
Mario Lanzi, novarese, già argento a Berlino sugli 800 metri, primatista italiano oltre che del doppio giro anche del giro di pista, era a fine anni trenta uno dei due grandi protagonisti del mezzofondo. L’altro era un tedesco, si chiamava Rudolf Harbig, e nel luglio del 1939 al meeting che celebrava lo sciagurato ‘Patto d’acciaio’ tra le due nazioni aveva stabilito un primato del mondo stupefacente. Sulla pista in carbonella dell’Arena di Milano, dell’anomala misura di 500 metri, che Renato Morino di ‘Tuttosport’ aveva ribattezzato ‘Indianapolis’ perché le sue curve più ampie favorivano la velocità dei corridori, fu proprio Lanzi a condurre la corsa per i primi 700 metri, a un passo abbastanza sconsiderato, come spesso gli succedeva e che più di una volta compromise le sue chance di vittoria. Harbig, che aveva difatto approfittato di un una lepre di lusso, lo sopravanzò e chiuse in 1’46”6, migliorando il primato mondiale addirittura di due secondi, qualcosa di mai successo né prima né dopo. Ovviamente la sospensione dei giochi tolse ogni possibilità di gareggiarvi sia a Lanzi, che nel 1948 sarà troppo anziano per competere ai massimi livelli, sia a Harbig. Lui, capelli biondi pettinati all’indietro e fisico prestante, molto amato dai cantori del nazismo per quell’aspetto così tedesco, morì soldato nel 1944 e, narra la leggenda che, quando le bombe alleate distrussero l’anno successivo Dresda, tra le macerie della sua abitazione fu trovato intatto un cronometro fermo proprio sull’1’46”6.

Testoni_VallaL’altra nostra stella era Claudia Testoni, la specialista degli 80 ostacoli.
La sua è una storia meravigliosa, e inizia a Bologna che è in quel momento la città delle due più grandi atlete italiane, tra le più forti al mondo. Claudia è nata durante un’altra guerra, la prima mondiale, nel dicembre del 1915. Pochi mesi dopo, maggio 1916, nasce una bambina cui il padre dà il nome di una città turca che trova bellissima, pensa te. Si chiama infatti Trebisonda Valla, ma tutti la chiamano Ondina, e con quel (dolcissimo) nomignolo passa alla storia: la prima donna italiana a vincere un oro olimpico, a Berlino sugli 80 ostacoli, in una gara che finisce al fotofinish tanto che Claudia Testoni è fuori dal podio per pochi millesimi.
Le due crescono insieme, vanno alla stessa scuola, fino al 1935 si allenano insieme, poi Claudia preferisce preparare l’Olimpiade a Torino.
C’è una foto molto tenera che le ritrae mentre ballano, e sembra sia l’Ondina a portare.
Sono entrambe atlete eccezionali, come detto.
Claudia vince agli italiani anche i 100 e 200 metri e il salto in lungo, e tra il ‘38 e il ‘39 fa il record mondiale degli ostacoli molte volte. L’Ondina è anche primatista italiana dell’alto e pentatleta, ancora negli anni cinquanta gareggerà a buon livello nel lancio del peso e del disco (era per l’epoca molto alta, attorno al metro e 75, e solida con gli oltre 65 chili).
“La rivalità con la Testoni – scrive Corrado Sannucci ricordando Ondina Valla quando morì novantenne nel 2006 – segnò quell’ epoca di esordi dell’atletica femminile, lontane l’una dall’altra per carattere (lei energica, volitiva, poliedrica, l’altra più riservata), separate per stile e, in parte, dalla fortuna. Il bilancio finale delle sfide tra le due fu favorevole alla Valla (60 a 38), ma nel dopo Berlino fu la Testoni a prevalere quasi sempre, vincendo anche gli Europei del ’38. La sconfitta ammise che quel giorno Ondina fosse stata la migliore, ma preferì in seguito non salutare più la sua rivale”. In realtà l’amicizia tra le due tornò, e durante la guerra Ondina dopo un viaggio di nozze avventuroso trovò rifugio col suo sposo proprio nella campagna modenese dove Claudia era sfollata.
La mancata disputa della Olimpiade del 1940 priverà Claudia Testoni della possibilità di vincere, lei pure, una quasi certa medaglia nella manifestazione più importante.

La decisione di non svolgere i giochi della XII Olimpiade a Tokyo fu annunciata, già a metà di luglio del 1938, da Kōichi Kido che negli anni successivi diventerà il più stretto collaboratore del Divino Imperatore (solo nel ‘46 Hirohito ammetterà di essere un uomo e non un dio).
L’annuncio seguiva di pochi giorni la decisione di non svolgere a Tokyo l’esposizione universale e le dimissioni dal Cio del conte Soyeshima, notizia che in Giappone fu quasi del tutto censurata.
Il giorno successivo fu scelta la sede sostitutiva di Helsinki. Quello che successe in Finlandia è, probabilmente, poco ricordato, e indubbiamente anomalo rispetto ai tradizionali racconti della Guerra Mondiale. La Finlandia venne infatti attaccata, nell’inverno del 1939, dall’Unione Sovietica, e si trovò nella curiosa posizione di avere (limitati) aiuti sia da Francia e Gran Bretagna sia dall’Italia fascista e dall’Ungheria, mentre la Germania si impegnò addirittura, per ragioni strategiche, per l’armistizio (che fu in realtà una resa) coi sovietici.
Una delle conseguenze fu che anche Helsinki il 29 aprile del 1940 annunciò la rinuncia a ospitare i giochi e all’inizio di maggio il Cio infine decise che non sarebbero stati disputati.
Ottant’anni dopo i giochi olimpici torneranno a Tokyo, quest’estate. Anzi, dovrebbero tornare. C’è un articolo molto interessante del ‘New York Times’ che parte da una dichiarazione di Terrence Burns, un consulente all’organizzazione di diverse edizioni: “Per la prima volta ho trovato un comitato organizzatore che ha dovuto chiedersi: siamo preparati per una pandemia?”
Le ipotesi valutate nel caso in cui il diffondersi del coronavirus metta a rischio i giochi sono tre, e nessuna piacevole: lo spostamento (ma dove, a fronte di una epidemia globale?), il rinvio, con questioni organizzative enormi da affrontare o appunto, come già fatto nel 1940 (e nel ‘16 e nel ‘44) la cancellazione. Finora solo una guerra aveva potuto fermare i giochi olimpici, a breve vedremo cosa potrà essere di Tokyo 2020.

Autore: Beppe Giuliano

Alessandrino, da bambino sognava di “scrivere di sport”. Autore di ‘Correndo a vuoto’ (Bookabook, 2019). Scrive storie di sport per 'La Stampa' (Piemonte) e in Lettera 32 su CorriereAL

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